Cinema in Circolo: Styx

Il Circolo del Cinema propone in streaming esclusivo per i Soci il film Styx di Wolfgang Fischer (Germania, Austria, 2018 – 94′), film di apertura della sezione Panorama alla Berlinale 2018, Premio della Giuria ecumenica e finalista ai Lux Film Prize come Miglior film.

La dottoressa Rike, quarantenne e appassionata velista, parte, solitaria, da Gibilterra con la sua barca alla volta dell’isola di Ascensione, un paradiso in terra in mezzo all’Oceano Atlantico. Superata una tempesta, si trova non lontano da un battello alla deriva pieno di persone che hanno urgente bisogno di aiuto… Dopo reiterati S.O.S. la guardia costiera ordina a Rike di non immischiarsi perché non ha i mezzi per essere d’aiuto, ma il suo senso di responsabilità la tormenta. Se ne andrà sapendo che delle persone perderanno la vita in mare?

Styx, secondo lungometraggio del viennese Wolfgang Fischer, è una riflessione amara sull’Europa e sul suo rapporto col fenomeno migratorio, vincitore del Human Rights Film Award 2018. Con un’eccellente Susanne Wolff, quasi unica protagonista.

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Styx sarà disponibile in streaming dal 11 al 15 maggio 2020.

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Tre domande al regista

Come hai fatto a girare in mare?
Tutte le persone con cui ne avevo parlato mi avevano sconsigliato di farlo. Mi dicevano che non avrebbe mai funzionato, che sarebbe stato un inferno, un incubo. Non si può controllare il mare, fa quello che vuole. Ed è così, infatti, che è andata. È stato terribile. Abbiamo girato vicino a Malta ed è stato il peggiore autunno dell’ultimo decennio, non c’erano altro che venti da uragano. Abbiamo navigato per sedici ore tra Malta e la Sicilia in una sola volta e abbiamo davvero raccontato la storia mentre stavamo viaggiando. Il progetto è riuscito perché ci siamo tutti sottoposti a quest’avventura, è stato quasi come girare un documentario. C’erano otto persone sulla barca e tutti dovevano ogni volta nascondersi per non impallare la cinepresa. Le scene della tempesta sono state l’unica parte che abbiamo girato in un carro armato a Malta – con macchine d’onda spaventosamente rumorose e cannoni ad acqua che hanno lanciato seicento litri d’acqua sulla barca. L’idea principale era quella di fare dei take più lunghi possibili, così da non dover manipolare troppo l’immagine e restituire la sensazione che lo sforzo fisico della protagonista risultasse come una danza corporale.

Qual è stata l’origine di questo film, cosa avevi in mente?
Eravamo certi di voler realizzare un film fisico e con pochi dialoghi. Partire da una persona che va all’avventura in una natura ostile che non può essere completamente controllata e dove c’è bisogno di essere degli esperti. Questo era il punto da cui poter cominciare: qualcuno che affronta questi elementi e domina le sfide che ne derivano. La solitudine è un tema importante: chi è capace a stare da solo oggi? La protagonista si mette in viaggio senza cellulare, senza avere accesso a internet e questo per stare sola su una barca per qualche settimana. E adora tutto questo. Questo era l’aspetto che ci incuriosiva. Rike non ha bisogno di altro per provare gioia. La vediamo nuotare in mare aperto e quando sente i primi raggi di sole sul suo viso o quando il vento soffia sulle vele la vediamo sorridere. O quando parla del suo sogno, di quel paradiso che vuole raggiungere…

Il tuo film presenta un dilemma morale: pensi che anche noi potremmo trovarci di fronte alla stessa situazione della protagonista?
Penso proprio di sì. Per fare un esempio quotidiano: supponiamo che qualcuno venga attaccato vicino alla metropolitana. Non abbiamo scelto noi questa situazione, ma dobbiamo agire. Anche guardare lontano è una forma di azione. Dobbiamo decidere. Questo può succedere ad ognuno di noi. È qualcosa di universale e può cambiare la vita di qualcuno. Come medico d’emergenza Rike conosce la prima regola fondamentale: proteggere prima la propria vita. Segue questa regola, ma ovviamente rimane sempre la domanda se questa è veramente la cosa giusta da fare.

Note di regia

Ricerca. Ogni giorno, sulle frontiere esterne dell’Europa, le persone muoiono mentre cercando la pace, tentando di salvarsi attraversando il mare per raggiungere il nostro continente. Queste persone, secondo una nostra ricerca, possono ancora contare su di un piccolo sostegno da parte di alcune istituzioni ufficiali, cosa confermata dai nostri colloqui con Sea Watch, Medici senza frontiere, Borderline Europe e Moas, tra le organizzazioni di aiuto non governative presenti.
Gli “incontri” in mezzo all’oceano tra imbarcazioni da diporto e barche piene di rifugiati sono un incubo molto discusso tra i marinai e le persone che lavorano in mare, perché stanno diventando sempre più comuni. Che cosa può succedere, dunque, se una velista, da sola sulla propria barca, si ritrova in questa situazione? Ispirato da eventi reali, Styx, nella finzione, cerca risposte a questa domanda, raccontando quanto gli interessi economici siano in competizione con i principi umanitari e di come l’indifferenza distrugga ogni speranza. Il film tratta di sogni individuali e gira attorno a questioni centrali sull’identità: chi siamo, chi vogliamo essere, chi dobbiamo essere ?

Cast. Il nostro personaggio centrale è una donna determinata e di successo, con esperienza di vita e appassionata di sport acquatici. L’attrice pluripremiata Susanne Wolff – essa stessa con patentino internazionale di velista – ha le qualità che volevamo per la nostra protagonista. Il personaggio maschile è interpretato da Gedion Oduor Wekesa, uno scolaro di Kibera, slum della città di Nairobi, che ha preso lezioni di recitazione in un programma finanziato dall’organizzazione “One Fine Day”. Ai provini, ha battuto altri quaranta ragazzi che si erano presentati per il ruolo.

Stile. Styx documenta, in maniera realistica, il viaggio da eroina della protagonista femminile. Il personaggio della Wolff trascorre metà del film da sola in alto mare, a bordo di uno yacht lungo undici metri. Di conseguenza, per la maggior parte del tempo, il dialogo gioca un ruolo marginale. Invece, i suoni in condizioni di natura estrema si rivelano fondamentali. La maggior parte del film è stata girata in condizioni di vita reale, in mare aperto. Il set era limitato, il suono e i rumori sono genuini e la cinepresa è interamente concentrata sulla protagonista femminile. Solo all’inizio e alla fine, la sua posizione è contestualizzata. Nella seconda metà del film, una confusione di lingue integra il rumore di fondo costante. Nei punti di svolta del film, invece, c’è completo silenzio.

Styx – Intervista al regista Wolfgang Fischer