Thunder Road

Jim Cummings è un artista talentuoso e sa di esserlo. Nel 2016 il suo cortometraggio Thunder Road ha convinto platea e giuria sui monti dello Utah, al Sundance Film Festival, che l’ha premiato e poi aiutato a portare a termine l’omonimo lungometraggio, realizzato in soli quindici giorni con un budget ridotto all’essenziale. I titoli di coda iniziano con le parole «written, directed and performed by»: Thunder Road è Jim, regista sceneggiatore e protagonista della sua creatura. Il film racconta di un agente di polizia, Jim Arnaud, che affronta la scomparsa della madre mentre l’ex moglie vuole allontanarsi da lui, portando la figlia con sé. La prima scena ricostruisce l’intero cortometraggio, con un piano sequenza di oltre dieci minuti in cui Jim esprime il proprio dolore al funerale della madre: non c’è ritegno, né la consueta compostezza dei pianti hollywoodiani. Il cordoglio di Jim esplode davanti all’obiettivo, la sua commozione ne deforma i tratti, costruendo una maschera patetica e fragile per un protagonista che vede le proprie emozioni dilagare senza averne il controllo. C’è una differenza tra l’incipit del film e il cortometraggio: Jim vuole ballare davanti a tutti, per omaggiare la madre maestra di danza, sulle note del brano Thunder Road di Bruce Springsteen. Se nel cortometraggio partono le note del Boss, nel film Cummings decide di togliere le musiche. Lo stereo portatile della figlia non funziona e il protagonista è costretto a danzare goffamente, nel silenzio attonito dei partecipanti. L’assenza di musiche esaspera la tensione drammatica della coreografia eppure il piano sequenza non si ferma, la macchina da presa si avvicina sempre di più al volto di Jim. È l’unico fulcro attorno a cui ruota la scrittura e la camera, non c’è inquadratura in cui non debordi la sua presenza: lo vediamo perdere il controllo durante un pattugliamento, a un colloquio con un insegnante, davanti a un giudice per l’affidamento condiviso della figlia Crystal. La sua rabbia testimonia un fallimento in apparenza ingiustificabile: Jim si spoglia, letteralmente, di fronte ai colleghi, poco dopo aver aggredito furiosamente l’amico Nate e la camera lo segue, con una panoramica che cammina avanti e indietro mentre Jim smonta la sua vita pezzo a pezzo, scalciando e sputando. La madre, la sua famiglia, gli encomi a lavoro: Jim ha fatto tutto quello che doveva ma alla fine è rimasto solo, con addosso delle mutande strappate e nient’altro. L’esordio al lungometraggio permette a Cummings di espandere suggestioni presenti non solo nel corto d’origine, ma anche in altri lavori precedenti dove il suo sguardo rappresenta una realtà in bilico tra dramma e commedia, costringendo i suoi protagonisti a un’analisi impietosa. Jim vive in profonda solitudine, dalle sue parole capiamo che non riesce a coordinarsi con il mondo che lo circonda e che l’ha lasciato indietro: è fuori posto, eccessivo in ogni scena, drammatico e ridicolo al tempo stesso. Non a caso Cummings ha dichiarato di essersi ispirato all’Alan Partridge di Steve Coogan e al David Brent della serie The Office, interpretato dal comico Ricky Gervais, per la scrittura del personaggio. Solo la figlia Crystal pare in grado di convincerlo a uscire dal flusso dei propri schemi, dai tratti di un personaggio che rimane ancorato ai lunghi monologhi – parte predominante nell’intera sceneggiatura – per poterne incrociare lo sguardo, nel finale. Dove le parole di Bruce Springsteen si incarnano nella necessità di una partenza, di un andare lontano, questa volta non più solo, per il protagonista.

Francesco Lughezzani

Cinema Kappadue

15.30 - 18.30 - 21.30

Proiezione

Ottobre 2020

Regia

Jim Cummings

Durata

1h32min

Origine

Usa, 2018