Sola al mio matrimonio

La vita nel villaggio Rom procede seguendo la traccia di una quotidianità squallida, aggravata dal continuo con tatto con le dinamiche patriarcali della comunità. Pamela è uno spirito libero, solare e quindi soffre in modo speciale per il peso di questo muro invisibile, che vincola le giovani donne come lei a costruirsi una misera vita dentro il villaggio, restando a stretto contatto con la nonna e la figlia di due anni. L’assenza dei genitori deceduti, così come il vuoto lasciato al suo fianco da un innominato uomo, padre della sua bambina, non riescono a vincere la tenacia e la grande voglia di vivere di Pamela. Si prende cura del suo aspetto, preferisce uscire con gli amici piuttosto che mettere da parte il denaro, cosa che la rende oggetto di duri rimproveri da parte dell’anziana nonna. Il film apparentemente sembra tratteggiare il ritratto non positivo di una giovane madre allo sbaraglio, priva di obiettivi concreti e dal futuro incerto, anche a causa della sua scarsa istruzione. Nonostante ciò, Pamela, ostinata nella sua voglia di incontrare il mondo fuori dalla provincia romena (la storia è ambientata nei dintorni della capitale Bucarest), riesce a trovare una via di fuga quando in città scopre i servizi offerti da un’agenzia matrimoniale. Così, grazie a un sito di incontri, Pamela incontrerà Bruno, il gentiluomo belga che tanto incarna il suo compagno ideale, assolutamente lontano dal modello di virilità al quale è abituata, impostato sull’impronta patriarcale. «Da noi gli uomini non ti rispettano», spiega Pamela, stupita dalla sensibilità dell’uomo. Avviene così l’incontro di due mondi opposti che, nonostante la complicità di affetti, devono scontrarsi con l’istinto di una madre che ha lasciato dietro di sé la propria figlia.

Sola al mio matrimonio è un’opera prima intensa e autentica, delicata nella rappresentazione dell’emotività tanto quanto puntuale nella descrizione di una fetta di realtà legata alla famiglia etnica Rom. Ciò che dà forma a questa realtà è un cast di attori non professionisti, scelti in quel marginale sostrato urbano che fornisce lo sfondo alla storia, di cui fa parte un’attrice strettamente coinvolta in questo contesto: Alina #erban, l’interprete di Pamela, è autrice teatrale e attivista attenta alle lotte contro la discriminazione delle minoranze. È in particolare nota per la sua opera di attivismo per la tutela del popolo e della cultura Rom, al quale lei stessa appartiene.

Dall’altro lato della macchina da presa, quello del regista, troviamo un’altra donna socialmente impegnata: Marta Bergman, che con questo film firma la sua prima opera di finzione, ha maturato esperienza nel campo del cinema documentario.

La regista romena commentando il film ha dichiarato di aver cercato di mantenere un’impronta documentaristica, restando il più possibile vicina ai suoi personaggi e tornando a esplorare nella loro concretezza le comunità Rom oggetto del suo cinema del reale. L’incontro con alcune ragazze gitane, decise a recarsi all’estero per trovarsi un compagno con la prospettiva di una bella vita, pare sia stata la scintilla che ha portato alla realizzazione del film.

Così come il loro, il desiderio di Pamela è un sogno di natura universale, inseguito con il sorriso e la speranza nel cuore di chi riesce sempre credere in un futuro positivo. A Pamela bastano davvero poche parole per descrivere i suoi sentimenti e la sua percezione del mondo, le stesse che riesce a malapena a ripetere anche nella lingua francese: jolie, maison, pizza, amour. La bellezza, la propria casa, le semplici gioie materiali. L’amore.

Cinema Kappadue

16.30 – 19.00 – 21.30

Proiezione

5 marzo 2020

Regia

Marta Bergman

Durata

2h1min

Origine

Belgio, 2018