Il paradiso probabilmente

Dal suo balcone, E.S. osserva il vicino mentre raccoglie i frutti di un albero di limoni. La pianta non gli appartiene, ma dal momento che nessuno la reclama si è arrogato il diritto di prenderne possesso. Ambientato a Nazareth, dove l’artista è nato e cresciuto, l’incipit dell’ultimo lungometraggio di Elia Suleiman diventa metafora della condizione palestinese, parte da un albero e traccia i confini di un paese stretto d’assedio dal conflitto. La violenza di polizia e militari, gli scontri e gli arresti sono frammenti di una routine ormai consolidata per un uomo che guarda e ascolta, in silenzio, quello che lo circonda. Sono passati più di dieci anni dall’ultimo film di Elia Suleiman, che torna dietro e davanti alla macchina da presa per raccontare la sua condizione di perfect stranger, eterno esule che osserva la sua condizione con malinconica ironia. Da questo contrasto inizia il suo viaggio, quando un aereo lo recapita a Parigi: il nostro è un regista, sta lavorando al suo prossimo film ed è alla ricerca di un produttore. È proprio dagli ampi spazi della capitale francese, dai boulevard e dalle piazze, che Suleiman osserva silenzioso l’Occidente, immerso in un quieto conflitto che non è poi così diverso da quello di casa sua. Vuota per i festeggiamenti del 14 luglio, la città che osserva è un personaggio a tutto tondo: nei campi lunghi perfettamente simmetrici con cui decide di descriverla, l’uomo è un fragile coefficiente dell’equazione. Il suo personaggio non dovrebbe sentirsi fuori posto, ma Vincent Maraval di Wild Bunch – una delle case di produzione del film in Francia – che interpreta sé stesso, chiarisce presto l’equivoco: un regista palestinese che vuole realizzare una commedia senza fare cenno a conflitti, guerre o a narrazioni più coerentemente “mediorientali”, non può funzionare, non qui. E.S. ascolta, osserva, scrive mentre un passero imperterrito lo infastidisce: il suo è un personaggio metacinematografico, che sembra prendere appunti e comporre la sceneggiatura di un film mentre la pellicola scorre davanti agli occhi dello spettatore. Memore della lezione di Jaques Tati nel delineare le geometrie scenografiche e della mimica di Buster Keaton per le modulate e scarne espressioni del viso, Elia Suleiman rallenta i movimenti del suo Hulot e traccia il profilo di un personaggio quieto eppure mai rassegnato, che persevera nella sua ricerca di un senso e di una casa. Parigi pare il teatro di una parata circense, in cui gli artisti del controllo militare sono poliziotti, vigili e cittadini insieme, agenti e vittime di un ordine arbitrario che viene esercitato in forme bizzarre e spesso grottesche. Le uniche parole pronunciate dal protagonista, appena sbarcato a New York, sono la risposta a un tassista che gli chiede da dove provenga: «Nazareth. I’m palestinian». Ma in fondo poco importa da dove vieni, se non aderisci ai canoni narrativi occidentali. Una commedia che racconti il dramma palestinese non potrà mai funzionare. E quindi good luck Mr. Suleiman. Gli Stati Uniti sono anche peggio della Francia, lo stato di polizia sembra ormai parte del patrimonio genetico di cittadini che circolano armati di mitra e bazooka. E il controllo è ovunque, dalle frontiere ai parchi. Immobile e silenzioso, E.S. osserva un mondo che pare non comprendere, svuotato di senso dalle fiamme che divampano costantemente. Eppure, siamo felici che nella nostra realtà, pur così simile a quella descritta in Il paradiso probabilmente, E.S. sia riuscito a portare a termine il suo film. Dopo dieci, lunghi anni.

Francesco Lughezzani  

Cinema Kappadue

15.30 - 18.30 - 21.30

Proiezione

Gennaio 2021

Regia

Elia Suleiman

Durata

1h37min

Origine

Francia, Qatar, Germania, Canada, Turchia, Palestina, 2019