Cleo dalle 5 alle 7

Cléo è una cantante di modesto successo, che un giorno qualsiasi esce di casa alle 5 del pomeriggio in attesa di un responso medico che ne decreterà, forse, la morte imminente, gettandola in un vortice di angoscia. Cléo decide quindi di passare le due ore che la separano dall’incontro col medico come ha sempre fatto fino ad allora, con leggerezza e allegria, velate da un sottile strato di malinconia e preoccupazione. Cammina lungo le strade di una Parigi gremita di persone, entra ed esce dai negozi, si gode le rues, i boulevards e le cheminées, i café e i bistrot, il lungo Senna e les gents parisiennes. Pioniera della Nouvelle Vague, Agnès Varda mostra uno spaccato di vita quotidiana nella Parigi degli anni 60: una storia intima e personale, semplice, essenziale. Una finestra temporale ristretta per raccontare un momento straordinario di un’esistenza qualunque. Una protagonista, Cléo, viveur, civettuola, frivola, che si ritrova a fronteggiare forse la paura più grande di fronte alla quale ci si possa trovare: la paura della morte. Di conseguenza a rimettere in discussione se stessa, la sua vita e il rapporto con gli altri. Poi, un incontro: perché, come ogni film della Nouvelle Vague che si rispetti, è tutto un racconto di solitudini che si intrecciano, uscendone mutate. Soli sì, ma, grazie all’altro, forse un po’ meno. L’altro che – fosse anche solo per un istante, il tempo di un bacio o di una chiacchierata in riva alla Senna – alleggerisce la nostra angoscia di vivere. È proprio quanto capita a Cléo: dopo un lungo peregrinare senza meta per la città, nel parco di Montsouris viene avvicinata da un uomo, che si scoprirà essere un soldato in partenza per l’Algeria, col quale intrattiene una profonda conversazione sul senso della vita, sull’amore, fino a farsi accompagnare dallo stesso all’incontro col dottore che le deve consegnare i risultati delle analisi.

Il film, strutturato in capitoli che si susseguono in ordine cronologico, aderisce perfettamente al canone della Nouvelle Vague, secondo il quale il tempo filmico corrisponde al tempo reale, supportato dalla scelta di Varda di riprendere gli orologi nell’ora precisa in cui si svolge l’azione. Nella prima parte Cléo ci viene mostrata come una figura passiva, che vive la vita con superficialità e senza porsi grandi domande, raccontata attraverso lo sguardo delle persone che le gravitano attorno. La seconda metà del film invece corrisponde alla presa di coscienza della protagonista, trasformando la narrazione in una riflessione introspettiva, intima e soggettiva.

Cosa significa essere donna? La domanda corre sottesa all’opera di Agnès Varda di film in film, si tratti di fiction, documentario o cortometraggio. Quando la domanda le viene posta direttamente dall’emittente televisiva Antenne 2 (e, insieme a lei, a Coline Serreau e Nina Companéez), la cineasta belga risponde con Réponse de Femmes (1975), cortometraggio di otto minuti appena. Un “cinetrattato” sul corpo femminile, che viene mostrato senza censure o malizia, nella sua naturale e radiosa nudità. Varda non vuole parlare della condizione della donna, ma mostrarla dall’interno per riflettere sull’uso che la società fa del corpo delle donne: da una parte mogli e madri, angeli del focolare, dall’altra corpi denudati, oggettivizzati, sessualizzati. Varda chiede alle sue protagoniste di parlare di sesso, desiderio, maternità, in un mini-documentario libero e gioioso sulla femminilità.

Chiara Zuccari

Cinema Kappadue

15.30 - 18.30 - 21.30

Proiezione

Ottobre 2020

Regia

Agnès Varda

Durata

1h30min

Origine

Francia, 1962