Blindspotting

Gentrificazione: entrata nell’uso comune nell’ultimo decennio, questa parola ci suona ormai familiare, tanto da essere stata inserita per la prima volta in un vocabolario italiano da Zanichelli nel 2013, come calco dall’inglese gentrification: «Nei centri urbani, trasformazione di un quartiere popolare in quartiere signorile ottenuta risanando la zona e ristrutturando vecchie abitazioni, con conseguente aumento del valore degli immobili e degli affitti e cambiamento del tipo di popolazione». Una pratica ben nota a molte minoranze statunitensi, diventata strategia nazionale che da New York – in cui quartieri tradizionalmente popolari come il Bronx o Harlem sono stati abbandonati dalla popolazione afroamericana – ha colpito anche Oakland. Ed è proprio nella capitale californiana della quercia che vive Collin, un ragazzo afroamericano agli ultimi giorni di libertà vigilata, che insieme all’amico Miles attraversa ogni giorno la città sul camion della ditta di trasporti in cui lavora. A ogni casa popolare che svuotano per far posto a nuovi e più ricchi inquilini, Collin e Miles sentono di aver perso un pezzo di sé, un altro frammento di una città ridotta a schegge, ricordi, sguardi ormai perduti. Una notte Collin assiste all’omicidio di un giovane afroamericano, atterrato da un agente con quattro colpi d’arma da fuoco. Da quel momento la vita del protagonista, che non denuncia ciò che ha visto, viene afflitta dal disperato tentativo di rimuovere quella violenza, una macchia che appare tanto brutale quanto istituzionale e politica e che torna a tormentarlo, con il suono ripetuto di un clacson. Proprio come lui, il ragazzo assassinato era un convicted felon, un pregiudicato la cui morte può diventare notizia ma non scatenare una rivolta. In ogni gesto quotidiano, anche il più insignificante, come comprare un succo, Collin tenta di ricostruire se stesso e la propria libertà, consapevole che d’ora in poi dovrà dimostrare a ogni occasione di non essere più come prima. Ma prima chi era? López Estrada dirige ciò che i due interpreti hanno scritto seguendo, nella costruzione dei dialoghi, una ritmica affine al linguaggio del West Coast rap. Le parole si susseguono incessanti e costruiscono una narrazione musicale che unisce lo slang della città californiana a elementi di cultura pop, distribuiti con generosità dalle continue citazioni di film e serie tv che gli interpreti hanno inserito nella sceneggiatura.

Attraverso questa struttura il lungometraggio costruisce una spietata analisi dell’identità afroamericana negli Stati Uniti trumpiani, riflettendo sulla condizione di una minoranza spesso assediata dalle forze di polizia e trattata ingiustamente dai mezzi d’informazione, ma anche dalla sua stessa comunità. Collin porta con sé le tracce di una violenza che ha fatto parte della sua storia, dei suoi movimenti, del suo stesso linguaggio. Nigga è una parola pronunciata continuamente, un mantra nel ritmo vocale della pellicola che definisce lo spazio in cui lo stesso protagonista decide di confinare se stesso e chi lo circonda, prima ancora di essere discriminato. Attraverso un doloroso percorso di presa di coscienza e un continuo e durissimo confronto con il suo alter ego Miles, il protagonista ridefinisce il suo rapporto con ciò che vede riflesso nello specchio. L’illusione ottica del Vaso di Rubin – psicologo danese che a inizio Novecento elaborò una serie di immagini in cui era possibile guardare una forma attraverso un doppio livello percettivo – diventa la metafora per una condizione all’apparenza inevitabile per Collin: la sua sembra l’immagine di un uomo, senza alcuna sfumatura. Ma se osserviamo bene, intorno a lui notiamo altri profili, ai lati, volti che costruiscono la sua forma. O forse la ingabbiano.

Cinema Kappadue

15.30 – 18.30 – 21.30

Proiezione

29 ottobre 2020

Regia

Carlos López Estrada

Durata

1h35min

Origine

USA, 2018