20th Century Women

Un’auto che brucia in un parcheggio, davanti ad un supermercato: con questa immagine inizia il terzo lungometraggio diretto da Mike Mills e ambientato sulle coste californiane di Santa Barbara, dove alla fine degli anni Settanta, lontano dai c’era una volta a Hollywood, dall’incubo Manson e dalla controcultura hippie, il mondo sembrava immerso in una lunga apnea.

Anche questa volta Mills volge lo sguardo ad un nucleo familiare, un universo interamente femminile in cui sta crescendo il giovane Jamie. In un luogo all’apparenza ovattato e protetto, il protagonista cerca un senso, un sentimento che possa spiegare il mondo che lo circonda: Dorothea, una madre solitaria che non riesce a comprendere, un padre lontano e ormai scomparso, un amore mai consumato. Ha quindici anni e l’aria che respira non è più sufficiente, mentre un desiderio senza nome divampa fin dal principio e lo spinge oltre il proprio orizzonte, senza una meta precisa, alla ricerca di domande più che di risposte. Ed è su questi territori che il regista newyorkese decide di concentrarsi: la ricerca di sè, all’interno di un labirinto fatto di illusioni ormai svelate, rivoluzioni polverose e perdita di certezze. Ma non è soltanto di Dorothea e Jamie che Mills vuole raccontarci. Entrambi vivono insieme ad Abbie, una giovane fotografa, e a William, che restaura la casa in silenzio mentre Julie, la ragazza di cui Jamie è innamorato, sale spesso dalla finestra, di nascosto.

Se nel precedente Beginners il fulcro del dramma ruotava attorno al rapporto con un padre che non viene capito, qui l’obiettivo si avvicina il pi. possibile ai volti e ai corpi di una madre che vede il figlio adolescente allontanarsi sempre di più. Annette Bening, in una delle sue interpretazioni pi. apprezzate, costituisce le vere fondamenta della narrazione: il suo è un ritratto complesso e contradditorio, che dialoga continuamente con la Storia degli Stati Uniti. Attraversa due guerre, mentre dalla televisione del salotto si diffonde la voce di Jimmy Carter nel celebre discorso televisivo sugli sprechi della società americana e arriva alla contemporaneità, al tempo e al mondo di Mills, che s’ispira al proprio vissuto per tratteggiare un ritratto intimo e corale al tempo stesso.

Una madre, due madri, forse tre? In ogni caso, dei padri nessuna traccia, ma forse non ce n’è così bisogno. Del suo Jamie conserva solo un paio di occhiali a specchio e un pugno di ricordi ormai sbiaditi. Ogni personaggio del lungometraggio attraversa gli anni con la propria voce, per raccontare i sentimenti e le vite più piccole attraverso un orizzonte che sembra scorrere inesorabilmente, sempre più accelerato, proprio come nel documentario Koyaanisqatsi (1982), di Godfrey Reggio, che viene esplicitamente omaggiato in diverse scene – e Mills ne utilizza anche un breve estratto in time lapse – per evocare la velocità di un cambiamento che attraversa gli spazi e penetra nelle case dividendo i destini degli inquilini. Alla fine, quello che più colpisce è l’essenzialità di un ritratto intimista e l’abilità di Mills nel comporre i dialoghi tra i protagonisti. Io sono qui, ho vissuto e ho qualcosa da lasciarti: una traccia, un innesco che ti spinga oltre la porta, fuori dalla finestra, verso un panorama ignoto. In cui anche un incendio improvviso può trovare il suo posto, nell’ordine delle cose.

Cinema Kappadue

16.30 – 19.00 – 21.30

Proiezione

27 febbraio 2020

Regia

Mike Mills

Durata

1h58min

Origine

USA, 2016