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Soleil Ô

  • Proiezione 07 novembre 2019
  • Regia Med Hondo
  • Durata 1h38min
  • Origine Mauritania, 1970 - versione originale sottotitolata in italiano

Il film è stato restaurato da Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata in collaborazione con Med Hondo. Il restauro è stato reso possibile grazie al supporto di George Lucas Family Foundation e The Film Foundation’s World Cinema Project. 

Un giovane cammina per le strade di Parigi, alla ricerca di un impiego. Bussa a varie porte per offrirsi come contabile o addetto alla corrispondenza rispondendo ad annunci letti sui quotidiani, è educato e cortese. Sta cercando anche un alloggio. Ma ogni volta che un uscio si apre, viene subito richiuso e l’uomo è invitato ad andarsene. 

Il film girato nel 1969 da Med Hondo non è un documentario, ma non è difficile immaginarsi la corrispondenza tra la messa in scena e ciò che il regista mauritano, trapiantato in gioventù in terra francese, visse sulla propria pelle in quegli anni. Quello che è difficile immaginare sono le difficoltà tra le quali Hondo realizzò il suo primo lungometraggio, insieme al gruppo teatrale che aveva formato tre anni prima insieme a Robert Liensol – protagonista della pellicola – e Bachir Touré: la ricerca di un produttore, il reperimento dei materiali e la richiesta di permessi in un periodo in cui l’emigrazione stava prendendo forma in Francia come la nuova frontiera dello sfruttamento, incrociando politiche coloniali e sfruttamento delle masse di lavoratori provenienti dal continente africano. Nonostante ciò, il film venne realizzato e nel 1970 conquistò importanti riconoscimenti internazionali. 

Al centro della pellicola c’è Jean, partito dall’Africa con la promessa di una vita agiata e di un lavoro nella douce patrie francese, giunto in una capitale nella quale deve lottare per sopravvivere alla miseria, allo sfruttamento e alla sopraffazione. In un paese che non si limita a negarli un impiego o una casa dignitosa, Jean scopre che il suo stesso corpo è soggetto a una discriminazione insidiosa e ben argomentata, di cui si fanno araldi politici, religiosi e i sindacati stessi, mai compagni nella lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Ogni lato del potere sembra sordo alle sue richieste e assume i tratti dello stesso volto. Già nella prima inquadratura vediamo i protagonisti guardare dritto in camera, interpellando lo sguardo dello spettatore: «Avevamo la nostra civilizzazione […] Avevamo la nostra letteratura. Avevamo la nostra terminologia giuridica, la nostra religione e la nostra scienza». Appena lo sguardo in camera si abbassa, la scena cambia, viene celebrato un battesimo. Uomini considerati come bambini, che ricevono un nuovo nome, chiedono perdono per aver parlato nella loro lingua madre e sono al punto di partenza di una rieducazione che parte dal nome e insinua in loro il seme di un autoannientamento.

L’impatto di un film come questo al giorno d’oggi genera sconcerto per l’evidente assonanza di linguaggio tra gli oppressori di cinquant’anni fa e le retoriche che accompagnano il racconto dell’immigrazione anche nel nostro Paese, in particolare negli ultimi trent’anni.

Il film di Med Hondo, pur ispirandosi alla realtà, perchè «il razzismo non s’inventa, soprattutto al cinema» riesce a evadere dalle regole tradizionali del cinéma vérité per esplodere nella rabbia di una comunità in espansione, che non riesce più a tacere e vuole gridare al mondo, parlare con il corpo e l’intelletto di sé e del proprio spirito, oltre l’omologazione e la sudditanza imposte dalla Francia. Una risata disperata sancisce la fine dei titoli di testa e l’inizio della pellicola, nell’animazione che vede un uomo africano abbracciato da due soldati in uniforme coloniale bianca. È la risata di un continente colonizzato che ha assunto i tratti del proprio colonizzatore e non si riconosce più. Una risata che muta in urlo. Lo stesso con cui il film si conclude, l’urlo di qualcuno che non è più Jean, ma ha dimenticato anche il nome che aveva prima del suo battesimo forzato. L’urlo di un uomo che si ritrova solo, in una foresta che brucia e lo consuma, mentre cerca di inseguire la fonte di una rabbia che lo ha sempre accompagnato e non può essere più repressa. Il protagonista urla, l’oppressione soffoca. Ma è solo il primo capitolo, nella filmografia di Med Hondo. 

Francesco Lughezzani

regia: Med Hondo – soggetto: Med Hondo – sceneggiatura: Med Hondo – fotografia: François Catonné, Jean-Claude Rahaga – montaggio: Michèle Masnier, Clément Menuet – musiche: Georges Anderson – interpreti: Robert Liensol (Jean), Théo Légitimus, Gabriel Glissand, Mabousso Lô, Alfred Anou, Les Black Echos, Ambroise M’Bia, Akonio Dolo – produzione: Grey Films, Shango Films – Mauritania, 1970 – 1h 38’ – v.o. sottotitolata in italiano

Proiezioni alle ore 16.30 – 19 – 21.30

In collaborazione con il 39. Festival di Cinema Africano di Verona. Il film sarà introdotto in sala dal critico Giuseppe Gariazzo.