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Scales / Saydat Al Bahr

  • Proiezione 14 novembre 2019
  • Regia Shahad Ameen
  • Durata 1h14min
  • Origine Emirati Arabi Uniti, Iraq, Arabia Saudita, 2019 – versione originale sottotitolata in italiano

Per averci condotto lungo l’orizzonte di un mare solcato dalle tracce di un mito arcaico e profondo, che rapisce corpi e sguardi, portando in superficie una visione lucida e feroce della contemporaneità. Per aver tratteggiato le forme di una complessità sociale attraverso una campitura di sonorità ancestrali, conflitti chiaroscurali e contrapposizioni spaziali. Per aver risposto con coraggio all’urgenza di abbracciare le forme di un femminile tramutato e molteplice, che vomita oceani e traccia nuove rotte, spezzando le catene di una ritualità patriarcale che si vorrebbe immutabile. (Motivazioni della giuria)

Scales, film d’esordio della giovane regista saudita Shahad Ameen, è ambientato in una piccola comunità di pescatori ove vige come tradizione quella di sacrificare un neonato di sesso femminile per placare le mostruose sirene che popolano le acque intorno alla costa. Il padre di Hayat infrange però questa consuetudine salvando la figlia, dando avvio a una storia diversa. La bambina cresce scontando il prezzo della sua sopravvivenza, esclusa e circondata dall’odio della comunità su cui ha attirato l’ira delle sirene. Senza arrendersi, Hayat vince l’opposizione degli uomini del villaggio e si imbarca, unica donna a bordo, su un peschereccio che dà la caccia ai mostri marini. Le squame che rivestono il corpo di questi, cominciano ad apparire anche sulle gambe della giovane donna. L’aspetto di maggior innovazione della pellicola risiede nel messaggio dirompente e attuale che essa porta con sé e nelle modalità originali con cui questo viene espresso: perfino nella cornice per eccellenza immutabile del mito e del rito, che la regista restituisce attraverso una serie di riferimenti precisi all’antica mitologia della siriaca Atargatis, può infatti insinuarsi il cambiamento. Un cambiamento che vede protagonista una giovane donna che, sfidando l’autorità della società patriarcale in cui vive, riesce a conferire al femminile un volto nuovo, non più sottomesso né mostruoso, ma coraggioso ed emancipato. Le fortunate scelte formali, tra cui si evidenziano il sapiente uso del bianco e nero, l’ambientazione sulle suggestive coste dell’Oman, l’assenza di colonna sonora, impreziosiscono una narrazione assai lineare nel suo dipanarsi, che si appoggia su un efficace sistema di contrappunti (l’opposizione tra mare e terra, tra divino e umano, tra maschile e femminile – per non citarne che alcuni), e in cui si distingue l’interpretazione della giovanissima attrice Basima Hajjar. (Stefano Giugni)

Shahad Ameen, giovanissima regista saudita, con questo suo primo lungometraggio ci consegna un film di rara bellezza. Scales non propone spettacolari effetti speciali, non offre una tavolozza di colori cangianti in alta definizione, non sfrutta le molteplici possibilità tecnologiche dei giorni nostri, ma possiede una forza inesauribile: una storia forte, potente, emozionante. Una storia narrata nei toni del bianco e nero, con un ritmo lento, necessario per lo spettatore quanto per la protagonista, un racconto che non lascia spazio nemmeno a elementi extradiegetici. Nulla viene narrato da una voce fuoricampo o accompagnato da un’ingombrante colonna sonora. In questo film c’è spazio solo per gli elementi essenziali alla narrazione, senza distrazioni, senza possibilità di sottrazione da parte dello spettatore, il quale sarà portato ad avvicinarsi sempre più al personaggio di Hayat, lentamente, come accompagnato dal moto docile delle onde, fino a comprenderla e accoglierla come né il mondo degli uomini né quello delle sirene hanno fatto durante la pellicola. Hayat, la bambina protagonista del film, si trova infatti emarginata da due mondi diversi e sarà lei stessa a dover capire quale strada intraprendere. Cosa o chi rappresenta Hayat? L’elemento più bello del film è proprio questo: ognuno può leggerci qualcosa di differente. Così per alcuni Hayat rappresenterà l’individuo che mal si adatta alle istanze di un gruppo o di un luogo, per altri incarnerà la condizione della donna nella società contemporanea, o ancora, rappresenterà il passaggio obbligato dall’adolescenza all’età adulta. Più semplicemente, forse Hayat rappresenta il coraggio di andare contro l’ordine prestabilito, di superare le barriere date da una visione in bianco e nero appunto, di trovare la propria strada e il proprio posto senza rinunciare ai propri ideali, alla propria sensibilità, alla propria storia. (Martina Sette)

Lei, ragazzina vittima di una società superstiziosa e iper-maschilista, è costretta a tirar fuori le unghie e lottare (anche in senso letterale) per la propria sopravvivenza e per poter anche solo aver diritto di esistere, su un'isola in cui il semplice essere donna – e primogenita – è reato punito con la pena capitale. L'altra, poco più che trentenne regista saudita, sceglie la metafora mitologica per descrivere il senso di impotenza e la necessità di ribellione delle donne in un paese in cui la parità di genere non è un affare così scontato. Hayat e Shahad Ameen, rispettivamente protagonista della storia e cineasta all'esordio in un lungometraggio, sembrano sorelle i cui occhi non celano la sofferenza (e l'insofferenza) nei confronti di un mondo che deve cambiare, ma anche la caparbia volontà di essere parti attive in questo mutamento. La sorella maggiore attraverso lo straordinario potere del cinema e quella minore (interpretata da un'ottima Basima Hajjar) ostacolando l'avanzata delle squame che, dal fondo dei suoi piedi, vorrebbero ricoprirle le gambe per farla diventare una sirena e precluderne la vita sulla terraferma. Obiettivo di entrambe – ça va sans dire – è quello di restituire un corpo umano a tutte le donne del pianeta e cominciare un cammino, passo dopo passo, libertà dopo libertà, fino al raggiungimento di pieni diritti civili. La forza di Scales sta nel sussurrare implicitamente questa chiave di lettura e smascherare poco a poco il suo intento sociale, "coccolando" lo spettatore con una fotografia impeccabile (bianco e nero girato su un'isola esotica), che primeggia sugli altri elementi filmici: i dialoghi sono molto ridotti, il ritmo non sempre è vivace, i colpi di scena non sono nelle intenzioni dell'autrice. Ma è proprio questo carattere innovativo che cattura l'occhio degli appassionati della settima arte, un "osare" necessario per non far cadere nel dimenticatoio un'opera fresca e di grande interesse tecnico e culturale. (Luca Romeo)

Sayidat Al Bahr è una fiaba senza tempo che affonda le proprie radici nella cultura e nelle tradizioni del mondo arabo e racconta in chiave metaforica la figura della donna in una società patriarcale e maschilista. Shahad Ameen, giovane regista saudita, mette in scena i contrasti della sua terra, rendendoli universali attraverso l’uso del bianco e nero. Tutta la narrazione è giocata sul dualismo e gli opposti: la terra, arida e rocciosa, e il mare, fluido e misterioso, incarnano rispettivamente il maschile e il femminile. Due mondi in conflitto di cui la protagonista, Hayat, diventa il tramite. Il suo corpo in piena mutazione è luogo di scontro tra il mondo terreno, dominato dalle leggi degli uomini, e il mondo marino, oscuro e potente come possono essere le donne. La regia contempla silenziosamente gli spazi e i corpi, rendendo Scales un prodotto raffinato e sensuale, dotato di grande potenza espressiva e simbolica. È un racconto di trasformazione e metamorfosi, costruito più sulle immagini che sui dialoghi, in cui il punto di rottura è rappresentato da una figura ibrida ed emarginata, una ragazzina nell’età dello sviluppo, emblema delle contraddizioni del suo tempo e proprio per questo capace di rompere le regole, aprendo uno spiraglio a un futuro di libertà ed emancipazione ancora tutto da costruire. (Chiara Zuccari)

t.o. Saydat Al Bahr – regia: Shahad Ameen – sceneggiatura: Shahad Ameen – fotografia: João Ribeiro – montaggio: Shahnaz Dulaimy, Ewa Johansson-Lind, Ali Salloum – scenografia: Martin Sullivan – costumi: Hamada Atallah – musiche: Mike e Fabien Kourtzer – interpreti: Basima Hajjar (Hayat), Ashraf Barhoum (Amer), Yagoub Alfarhan (Muthana) – produzione: Image Nation Abu Dhabi FZ LLC, Film Solution, The Imaginarium Films  – Emirati Arabi Uniti, Iraq, Arabia Saudita, 2019 – 1h 14’ – v.o. sottotitolata in italiano

Proiezioni alle 16.30 – 19 – 21.30

Premio Circolo del Cinema 2019. In collaborazione con la 34. Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Il film sarà presentato in sala dai membri della giuria del Circolo.