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Uno sguardo (parziale) sulle donne regista

  • Data di pubblicazione 10 febbraio 2019
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

È dalla nascita del cinema che esistono registe donne, il cui numero è andato aumentando esponenzialmente nel corso dei decenni. Se all’inizio del secolo scorso uno dei pochi nomi a emergere è quello di Leni Riefenstahl, oggi le registe importanti a livello internazionale si fanno fatica a contare. Certo, numeri nemmeno paragonabili a quelli degli uomini, ma rimane il fatto che il cambiamento è prepotente.
È ormai naturale e anzi desiderabile, perlomeno dal punto di vista mediatico, che in formazione a festival importanti come Cannes o Venezia si registri una presenza femminile, pena gli strali della stampa soprattutto estera (si veda il caso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, che pure nel concorso principale aveva Jennifer Kent). Come è naturale che ad aumentare sia anche il consenso riscosso, con sempre più film a direzione femminile che ottengono premi (la Kent a Venezia, Lynne Ramsey e Alice Rohrwacher a Cannes, Ildikó Enyedi e Adina Pintilie a Berlino).

Negli anni 80-90 avevamo registe internazionali come Kathryn Bigelow, Penny Marshall, Nicole Holofcener, Sally Potter, Jane Campion (unica donna Palma d’Oro nella storia di Cannes); nei primi anni 2000  emergono i nomi di Catherine Hardwicke, Samantha Lang, Isabel Coixet, Sofia Coppola, Lone Scherfig, Amy Berg, Julia Leigh, Anne Fontaine, Asia Argento, Marjane Satrapi, Julie Taymor…

 

Sami Blood (2016) di Amanda Kernell

 

Queste nuove leve hanno ingrossato le fila di una categoria che pure poteva vantare a partire dagli anni 50 mostri sacri come Agnès Varda, Chantal Akerman e Agnieszka Holland, fino all’esponenziale incremento di nuove autrici degli ultimi anni. A livello europeo esistono importanti programmi finanziati con soldi pubblici, ad esempio Euromedia, che spesso finanziano film come Sami Blood (2016) di Amanda Kernell, sostenendo la possibilità di vedere i lavori di registe raggiungere la sala, quindi di contribuire economicamente al prosieguo delle loro carriere. 

Inoltre, spesso negli USA, accade che attrici famose debuttino dietro la macchina ad presa, come Angelina Jolie (la più fortunata finora), Elizabeth Banks, Scarlett Johansson e Kristen Stewart, seppure queste ultime solo per un cortometraggio. Per finire, l’affermarsi di piattaforme streaming molto ricche, Netflix in testa, permettono di finanziare e di portare successivamente nelle case degli abbonati opere prime o a basso costo che altrimenti non avrebbero visibilità. È il caso di Private Life di Tamara Jenkins, in Italia approdato solo su Netflix, mentre negli USA ha avuto un grande successo, tanto da finire nelle classifiche di fine anno di molti critici importanti, come Glenn Kenny del New York Times.

Se l’anno appena trascorso non ha in effetti registrato successi mainstream diretti da donne, il 2017 ha avuto invece molta più fortuna da questo punto di vista. Al netto di tutti gli esempi che si potrebbero fare, Wonder Woman e Lady Bird sembrano i più rilevanti.

 

Gal Gadot nei panni di Wonder Woman, dall'omonimo film del 2017

 

Il primo, uscito nelle sale in tutto il mondo da maggio in poi, è stato il primo cinecomic diretto da una donna, Patty Jenkins, di nuovo dietro la macchina da presa dopo gli oltre 10 anni trascorsi dal grande successo di Monster (2003). Se quest’ultimo era un film indie incentrato sulla storia vera della serial killer Aileen Wuornos (Charlize Theron) e della sua compagna (Christina Ricci), diretto in maniera classica, per Wonder Woman (incentrato sull’omonima supereroina interpretata da Gal Gadot) la Jenkins ha optato per una regia molto in linea con i canoni dei cinefumetti e dei film d’azione americani: kitsch, bassa caratterizzazione dei personaggi, eccessiva lunghezza, montaggio frenetico con molti stacchi e rallenty. Se dal punto di vista artistico il suo precedente film era più interessante, dal punto di vista degli incassi il successivo è stato un successo straordinario, incassando oltre 821 milioni di dollari a fronte di un budget stimato in 149 milioni. La Jenkins, pertanto, per il sequel Wonder Woman 1984 che si appresta a dirigere, verrà pagata tra i 7 e 9 milioni – prima donna regista a essere pagata così tanto in assoluto, battendo Nancy Meyers che si ferma a “soli” 5 milioni. Comunque poco rispetto a certi colleghi uomini. Certo, alle attrici va molto meglio in termini di cachet, ma in un momento storico in cui sempre più si parla di parità salariale, questi dati danno sì fiducia ma allo stesso tempo paiono bruscolini.

Ma anche a livello culturale Wonder Woman ha avuto un impatto eccezionale. La DC è compagna rivale della Marvel nel settore dei cinefumetti, tanto che quest’ultima sarà “costretta” a proporre a sua volta una regista donna per un futuro film. Anna Boden (5 Giorni Fuori del 2010, in co-regia con Ryan Fleck, così come per il prossimo film) porterà sugli schermi di tutto il mondo da marzo  2019 Captain Marvel con Brie Larson, premio Oscar nel 2016 per Room di Lenny Abrahamson. La Marvel, anzi, raddoppia, poiché anche il film incentrato sulla Vedova Nera Scarlett Johansson, Black Widow, la cui data di uscita è tuttora sconosciuta, verrà diretto da Cate Shortland (Berlin Syndrome – In ostaggio, 2017).

 

Lady Bird (2017) di Greta Gerwig

 

Se Wonder Woman e i prossimi cinefumetti hanno più che altro un senso esclusivamente commerciale, il secondo film preso in considerazione, Lady Bird (2017), debutto scritto e diretto dall’attrice Greta Gerwig, ha avuto un consenso quasi unanime da parte della critica, incassando allo stesso tempo la cifra ragguardevole di 78 milioni di dollari. Il film fu candidato a cinque Premi Oscar – Miglior film e regia, Miglior attrice protagonista e non protagonista, Miglior sceneggiatura originale – non aggiudicandosene neppure uno. Vinse però due Golden Globe, come Miglior commedia o musical e Miglior attrice in tale categoria, andato a Saoirse Ronan. Il film è stato incluso nella classifica dei 25 migliori film dell'anno dalla rivista Sight & Sound al diciannovesimo posto, per Variety al primo e per il Times al secondo. Premi e riconoscimenti che si sono certo fermati qui.