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Scandalosamente Cannes

  • Data di pubblicazione 10 maggio 2018
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

Cos’è Cannes senza scandalo? Non c’è stagione del famoso festival che non si proponga con almeno una pellicola destinata a suscitare gli strali di critica, pubblico e maître à penser più o meno autorevoli. In occasione della 71esima edizione inaugurata ieri, abbiamo pensato di proporvi una lista di 10 film che hanno portato scompiglio sulla Croisette: lo scandalo è un “senso” in continuo mutamento ed evoluzione, fa da sempre parte dell’Arte, quindi del Cinema e ad esso si iscrivono buoni film, così come capolavori o, al contrario, totali schifezze. I film che vi presentiamo hanno tutti in comune il filo conduttore della qualità: alcuni sono scelte ovvie, altri sono molto famosi e qualcuno, spero, una bella sorpresa.

Viridiana di Luis Buñuel(1961)

Buñuel ha appena finito di scontare una scomunica della Chiesa Cattolica e l’esilio forzato dalla Spagna franchista, quando Viridiana, presentato in concorso a Cannes dove vince la Palma d’Oro, lo costringerà a un nuovo esilio e a una nuova scomunica.


Viridiana (Silvia Pinale) è una giovane novizia che si accinge a diventare suora. Prima di prendere il velo, però, viene mandata dalla Madre Superiora presso un suo ricco zio, uomo vicino alla Chiesa, Jaime (Fernando Rey): questi tenterà di sedurre Viridiana, ma verrà rifiutato. Jaime perciò si impiccherà e Viridiana entrerà in possesso della maestosa villa dello zio. Con questa fortuna cercherà di aiutare i bisognosi e i poveri, ma le cose non andranno per il meglio.
Il film, girato in un bianco e nero splendido, non è particolarmente grottesco, anche se si tratta sempre di Buñuel, ma rimane impressa l’atmosfera sardonica che il regista spagnolo riesce a creare. Pur rimanendo un film tragico sotto certi aspetti e temi (la povertà economica e morale, il patriarcato, le molestie, la prevaricazione, la stupidità, la Chiesa vista come Male), Buñuel vuole divertirsi e divertire e quindi il tono generale è abbastanza leggero.
Venendo alla parte scandalistica, almeno per i tempi, Buñuel realizza uno dei suoi film più anticattolici, ma è per l’incredibile e parossistica dose di cinismo e misantropia (tant’è che fa quasi ridere) che metto il film in questa lista. Un massacro totale di chiunque passi a tiro del regista: la protagonista, un’ingenua poveretta; lo zio, un porco schifoso; i poveri, ignoranti violenti vigliacchi profittatori. Ai francesi questo solitamente piace parecchio, tant’è che Viridiana vinse il massimo riconoscimento al Festival, ma, a quanti di maggiore sensibilità, ancora oggi il film può dare non poco fastidio.
Un piccolo ma chiaro esempio di film scandalo di allora che non lo è più ai giorni nostri, per darvi meglio l’idea di come le cose possano effettivamente cambiare col passare del tempo.

Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972)

Bertolucci firma uno dei film più discussi di sempre e uno dei più grandi scandali del Festival di Cannes con Ultimo tango a Parigi: il racconto di una relazione passeggera tra un uomo maturo (Marlon Brando) e una ventenne (Maria Schneider) che nasce e finisce nella tragedia. Nel corso della relazione, per scelta dell’uomo, i due non si diranno mai i rispettivi nomi. Il sesso è parte integrante della loro vita assieme e del film stesso, chiaramente, ma non si riduce tutto a questo.
Il film entra con piedi di piombo nel terreno minato dell’abuso: infatti, consenso/non consenso hanno margini molto labili e valicabili in questo film, tant’è che l’eco delle polemiche che hanno accompagnato la presentazione di Ultimo tango a Parigi non si sono spente neppure oggi che il film viene riproposto in versione restaurata dalla Cineteca Nazionale di Roma.


A Cannes nel ’72 il film fece scandalo per le lunghe scene di sesso, per la nudità integrale della Schneider e per una scena passata alla storia, recentemente rimessa in ballo e che, stando alle polemiche che infuriano online, pare aver rovinato il film – ci torneremo tra poco. Lo scandalo fu tale che Bertolucci perse i diritti civili, tra cui quello di voto, e il film in Italia venne ritirato e alcune pellicole bruciate.
Dunque, la scena del burro. Nella finzione, Brando sodomizza la Schneider, aiutandosi col burro. Nella realtà, la scena è solo simulata e, al contrario di quanto si dice online, non era improvvisata, era anzi nella sceneggiatura, solo il dettaglio del burro fu aggiunto ex post. Fu questa aggiunta a offendere la Schneider, ai tempi molto giovane, che anni dopo raccontò di avere acconsentito solo dopo le insistenze d Brando e Bertolucci. Arrivò a dire di essersi sentita un po’ come “violentata”.
Di come spesso registi, attori, in genere uomini, adottino sul set comportamenti reprensibili potremmo scrivere libri, e questo è uno dei tanti esempi, ma, è giusto ribadire, non siamo di fronte a un comportamento criminale, ed è sbagliato dire altrimenti, conoscendo i fatti.
Dicevamo delle recenti polemiche. Nel 2016 emerse sui social un video in cui Bertolucci nel 2013 alla Cinématheque francese ricordava l’origine di quella scena. Il video, ripreso dai media americani, fu separato da quella metafora usata senza ambiguità dalla Schneider, suscitando una breve campagna mediatica che voleva dare a intendere che Brando e Bertolucci avessero violentato l’attrice. Celebrità americane come Jessica Chastain, Anna Kendrick e Chris Evans attaccarono il regista, che fu costretto a ribadire in un comunicato stampa cosa realmente successe. Per ulteriore chiarezza, si ricorda che fu la stessa Schneider in un’intervista nel 2007 al Daily Mail a dichiarare che non ci fu nessuna violenza.
Scandalo a parte, com’è il film? Un capolavoro, ça va sans dire. Il sesso è usato come cartina tornasole del vuoto dei rapporti umani. Entrambi i personaggi sono massacrati dalla vita come dal film stesso: lui è neo vedovo disperato e senza scrupoli (indimenticabile la scena davanti alla bara della moglie), lei una borghesuccia annoiata.
Le influenze nouvelle vague sono palesi, come l’omaggio a Truffaut con la riproposta del triangolo amoroso, tant’è che il fidanzatino di lei è interpretato dall’attore feticcio del genio francese, Jean-Pierre Leaud.
Il film, tecnicamente, è eccelso. Degna di nota, a parte una sceneggiatura scritta in stato di grazia dal regista che fa propria la lezione dei maestri Pasolini e Truffaut, è la fotografia di Vittorio Storaro. Il famoso direttore della fotografia ha debuttato proprio con Bertolucci e tuttora lo difende, ma ciò che più importa è il talento straordinario di uno dei migliori direttori della fotografia di sempre: impressionante come abbia saputo catturare quei malinconici e trasognati occhi di Maria Schneider, che da anni non vivono più se non in un film maledetto come questo.

La grande abbuffata di Marco Ferreri (1973)

Uno dei film più straordinari diretti da un regista italiano, fu accolto da sonori fischi sia da parte della critica che del pubblico, quando venne presentato in anteprima al Festival di Cannes del 1973, dove in realtà vinse il premio FIPRESCI. Al regista Marco Ferreri sputarono addirittura addosso. Con il passare degli anni, il film è diventato sempre più apprezzato e amato, fino a guadagnare lo statuto di cult e rimanere il più grande successo commerciale del meraviglioso regista milanese.
Ferreri fu un’anarchica scheggia impazzita nel panorama cinematografico mondiale: Italiano sì, ma debuttante nella Spagna franchista degli anni ’50 e spesso in cerca di finanziamenti esteri, per lo più francesi. Gerard Dépardieu (Ciao maschio), Ben Gazzara (Storie di ordinaria follia), Isabelle Huppert e Hanna Schygulla (Storia di Piera) sono alcuni tra i tanti straordinari interpreti dei suoi numerosi film.
Ne La grande abbuffata abbiamo un quartetto irripetibile: Michel Piccoli, Philippe Noiret, Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni, annoiati borghesi che si rinchiudono in una villa a ingozzarsi come maiali e a dedicarsi a ogni tipo di piacere, senza freni. L’obiettivo ultimo è la morte.
Il film destò scandalo per il disfattismo e la misantropia generali, che tanto spesso si notano nei film di Ferreri. I quattro vogliono scappare da vite che non desiderano più, ma non senza lasciarsi prima andare a ogni tipo di piacere borghese, “maschile” e soprattutto capitalista. Il ruolo del maschio è spazzato via, rivelando solo bambinoni in cerca di affetto che non possono avere e da cui non possono essere salvati. La donna con cui si intratterranno, Andréa Ferréol, è a tutti gli effetti una matrona presa in prestito da un film di Fellini.
Famosi sono i piatti culinari preparati apposta per il film, che un noto goloso come Ugo Tognazzi avrà apprezzato di certo, ma a risultare eterno è il filo conduttore del film, come l’atmosfera malsana che vi si respira: un lungo de profundis all’uomo e soprattutto al maschio, tomba di se stesso. Un film unico di un regista unico.

Ecco l’impero dei sensi di Nagisa Ōshima (1976)

Torniamo nel campo dell’osé, e, anzi, rilanciamo, come rilancia Ōshima nel suo film più famoso, eccome! Ispirato a una storia di cronaca, il film racconta del rapporto sadomaso tra il proprietario di un bordello e una sguattera negli anni ‘30. Un rapporto abbastanza normale, che virerà verso l’estremo, mano a mano che sarà lei a tirare i fili, dall’iniziale controllo di lui. La relazione tra i due non lascia spazio ad altro né nel film, né nella loro vita, e, via via che prosegue, la loro razionalità retrocede e si costruiscono le basi del finale.
Il film è forse ridondante, ma è molto forte soprattutto per l’uso del sesso come metafora di un cambiamento, forse storico, forse morale, dal vecchio potere maschile al nuovo femminile, con il sadomasochismo che si fa simbolo di questo transfer. Le meccaniche di potere mutano e si declinano al femminile: un microcosmo a sé in un macrocosmo dominato dagli uomini.
Ecco l’impero dei sensi precorre i tempi, mostrando alcune scene di sesso non simulato tra i protagonisti. Ma sarebbe un errore derubricare il film a pornografia ben confezionata: l’opera di Ōshima è un film storico, in costume, che offre uno spaccato sociale del Giappone di quegli anni e anticipa tematiche che poi si imporranno, quali quelle del femminismo e dell’inversione (o gioco) di ruoli.
I dialoghi sono gradevoli e pieni di ironia, i due attori protagonisti, quasi sempre soli in scena, dominano la pellicola e offrono una prova di grande naturalezza. Il film potrebbe risultare un poco ripetitivo, e forse lo è, ma è di un’alta qualità inalterata dal tempo.

Possession di Andrzej Zulawski (1981)

Zulawski, fra i tanti registi polacchi noti, è indubbiamente il più folle: autore di film schizzati, surreali, a tratti violenti e disturbanti, carichi di eros e di difficile fruizione e comprensione. Il suo più grande successo è indubbiamente questo Possession del 1981, girato in lingua inglese nell’allora Berlino Ovest, presentato al Festival di Cannes dove ebbe un discreto successo e dove Isabelle Adjani vinse le Prix d’Interpretation Femenine.
Anna (la Adjani) e Mark (Sam Neill) sono una coppia che si sta separando. Lui vorrebbe ancora salvare il rapporto, lei forse no, ma la loro intimità è ancora a tratti molto forte. Lei, sin dall’inizio, pare soffrire di una inquietudine che continuerà a peggiorare fino alla follia. La trama è, più o meno, tutta qui.
Questo è un tipico film di Zulawski: ipercinetico, duplice, ritmato in maniera asimmetrica, fortemente erotico, molto dialogato e che affronta i temi della follia, del doppio, dell’amore e della perdita, sprofondati nella Berlino divisa. Il regista, da poco scomparso, ha ammesso di aver scritto il film durante un divorzio. Ci si crede.
Il film è amaro, a tratti respingente, ma fece e fa scandalo per una scena in, dal significato oscuro e quasi avulsa dalla narrazione. Non ve la rivelo, ma vi invito a vedere il film senza cercare altre informazioni, per lasciarvi sorprendere.
Il film è un capolavoro. Zulawski spinge su tutti i punti dal primo minuto all’ultimo: lo spettatore, più che scioccato, è messo in una condizione di totale disagio e confusione, anche sensoriale. Gli attori protagonisti, Sam Neill e Isabelle Adjani, sono strepitosi, in perfetto dialogo fra loro. Da non perdere.