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Scandalosamente Cannes – Parte II

  • Data di pubblicazione 16 maggio 2018
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

Je vous salue, Marie di Jean-Luc Godard (1985)

L’esperto di cinema conosce e, ci auguriamo, ama Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, famoso soprattutto per proporre una versione laica di Gesù che ai tempi (1964) fece scandalo, nonostante la vicinanza, seppure polemica, di Pasolini al cattolicesimo.

Jean-Luc Godard compie un’operazione simile con la madre di Gesù, Maria, ambientando la vicenda ai giorni nostri. Interpretata dalla bellissima Myriem Roussel, la Maria del XX secolo è una giovane donna degli anni ’80: veste moderno, fuma, beve, fa sesso al di fuori dal matrimonio e pratica autoerotismo. Una donna normale, con una vita normale: di per sé, nulla di scandaloso.

Chiaramente è l’applicazione di questi temi concreti e profani al sacro, alla figura della madre del Cristianesimo, che scandalizzò e che, perché no, può scandalizzare tuttora i più religiosi e ortodossi. Godard non opera secondo il desiderio buñueliano di fare polemica, nondimeno è palese l’omaggio e l’interesse verso la figura di Maria e verso la Donna, da sempre amata da Godard e tante volte elevata attraverso le sue meravigliose muse. Tra queste, le più famose sono senza dubbio Anna Karina, Jean Seberg e Brigitte Bardot, ma, per un breve periodo, anche la bellissima e dimenticata Myriem Roussel che fu con Godard in questo film, oltre che in Prénom Carmen (1983) e in Passion (1982).

Je vous salue, Marie è un Godard molto classico, sul piano tecnico, con un ritmo compassato, insistiti primi piani sui visi e un interesse verso l’erotismo che si segnala maggiormente in lui a partire dagli anni ’80 (si veda Prénom Carmen con, oltre la Roussel, Maruschka Detmers). La trama, poi, è facilmente intuibile: trattasi, con qualche licenza, della storia di Maria, senza fuga in Egitto, ma con il suo Giuseppe e, ovviamente, Gesù. Inteso come omaggio, potrebbe non essere percepito come tale, ma vale un tentativo.

 

Irréversible di Gaspar Noé (2002)

Gaspar Noé è un regista argentino trapiantato in Francia da molti anni. Da sempre interessato (forse ossessionato) dal binomio sesso/violenza, nel 2002 firma il suo film più famoso, Irréversible.

Il film si apre con il protagonista (Vincent Cassel) che irrompe in una discoteca e uccide un uomo usando un estintore, mentre nello sfondo un altro, non visto, fugge: il malcapitato è accusato dall’uomo di avergli brutalmente violentato la moglie (Monica Bellucci). Forse, però, non è stato lui…

Noé firma una storia di amore (la coppia è molto affiatata) e di violenza (Jo Prestia abusa della donna insultandola pesantemente, in un accesso clamoroso di misoginia) montata al contrario, dove cioè la fine precede l’inizio, a sottolineare l’insolvibilità di alcuni orrori che ci capitano nella vita. L’escamotage serve per mostrare la dissoluzione della pace in un rapporto, prima di mostrare cosa la coppia abbia perso, proprio per giocare coi sentimenti dello spettatore: una scelta molto forte e arbitraria, come spesso in Noé. Una soluzione simile era stata adottata due anni prima da Christopher Nolan in Memento, sempre una storia di amore, perdita e vendetta.

Il film è famoso soprattutto per la scena di stupro ai danni della Bellucci, che dura un paio di minuti di orologio, girata in un unico piano sequenza, a telecamera fissa su lui che l’ha costretta a terra e la insulta in maniera ferale, mentre la violenta e lei piange. C’è chi a Cannes si è sentito male e, parlando di scandali, il fratello di Cassel durante la première insulto il regista, reo di aver infilato il fratello in un film del genere.

La passione di Noé per i film di exploitation esce prepotentemente, così come il suo disinteresse di essere frainteso. L’argentino lavora senza filtri, mostrando ciò che desidera mostrare, forte di un eccellente comparto tecnico e non senza un certo estro. Non va, però, per il sottile e non sembra (voler) ragionare troppo sul doppio taglio che certe immagini possono avere.

Nonostante negli anni la concorrenza in fatto di film iperrealisti e violenti si sia fatta impressionate, Irréversible regge bene e resta un film durissimo, forse limitato in alcuni aspetti, arbitrario e cinico, ma di cui non è facile dimenticarsi.

Nel 2015, per la cronaca, Noé è tornato a scandalizzare Cannes con Love, sorta di porno d’autore in 3D.

 

The Brown Bunny di Vincent Gallo (2003)

Vincent Gallo scrive e dirige il suo secondo film, meno riuscito rispetto al piccolo cult Buffalo ’66, ma nondimeno molto famoso. Gallo è un personaggio controverso, protagonista di diverse uscite problematich durante la sua carriera. Come problematico è pure questo film, presentato in concorso a Cannes nel 2003 e accolto da sonori fischi e polemiche. Il defunto critico cinematografico Roger Ebert disse che era il peggior film mai visto a Cannes, al che Gallo gli rispose dandogli del “ciccione”.

Va sottolineato, però, che Gallo mise mano alla versione uncut presentata a Cannes, tagliandola e condensandola in quella che è divenuta la versione finale di The Brown Bunny: chissà che esperienza dev’essere stata vedere l’originale, avendo ben presente la versione attuale.

Gallo, anche protagonista, interpreta un giovane tra il taciturno e l’autistico, che deve andare in California per una gara di motocross. Il viaggio lo riporta nei luoghi della sua giovinezza e verso un incontro molto intenso con la sua ex, interpretata dalla allora compagna di Gallo, Chloe Sevigny. Non succede altro. Il film dura un’ora e venti, e per tre quarti di questa durata seguiremo Gallo fare su e giù col furgoncino o con la moto, fissare triste e malinconico un punto non precisato, incontrare gente e, soprattutto, donne nella sua stessa condizione.

Anche se il pubblico a questo punto stava già fischiando, il film scandalizzò per un altro motivo, ovvero per la presenza, verso la fine del film, di un atto sessuale non simulato tra Gallo e Sevigny. Buona parte di voi saprà già di cosa parliamo, ma trattandosi, tra l’altro, sia dell’unico accenno di trama che di una scena in realtà efficace, non vi rivelo nulla.

Il film non è memorabile, diretto nella tipica “indie frenzy” americana, con pressoché zero postproduzione, fotografia sgranata, ripetitività delle scene e recitazione dimessa. Però, paradossalmente, proprio per quella scena vale la visione, dato l’uso che Gallo ne fa di preludio ad una rivelazione importante, utilizzando con intelligenza il forte scarto tra la prima parte del film, lunga e apparentemente inutile, e la seconda, corta ma efficace.

L’attore/regista, nella sua arroganza, aveva proposto a Kirsten Dunst e a Winona Ryder il ruolo andato poi alla compagna Sevigny (benedetta donna), ma comprensibilmente le due rifiutarono. Ed è ok se anche voi vi rifiutaste di vedere il film, anche se vi assicuro che la parte scandalosa è la prima, non la seconda.

 

Antichrist di Lars von Trier (2006)

Anni dopo aver rilasciato più che opinabili commenti su Adolf Hitler, von Trier torna persona grata a Cannes, dove quest’anno presenta fuori concorso The House That Jack Built. Ma, fino al 2011, era un habitué del festival con i suoi lavori, compreso questo Antichrist.

Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg sono Lui e Lei (non hanno nomi e non ci sono altri personaggi nel film: la prima di una lunga serie di scelte drastiche), una coppia che perde il figlio. Lui fa lo psicanalista e vorrebbe, appunto, psicanalizzare Lei. Per questo la porta in uno chalet in un bosco sperduto, dove pare siano accadute cose strane, per curarla o forse punirla. Anche lei, però, in maniera più fisica e meno subdola, avrà modo di tirare fuori gli artigli.

Il film è diviso in capitoli e, più idealmente, in due macro parti. Una prima parte più drammatica e depressa/deprimente, dove lo spettatore assiste al massacro autoimposto dei due ex innamorati, inframmezzato con aperture surreali in cui la Natura che li circonda prende vita; e una seconda parte molto breve e violenta, in cui i due vengono alle mani.

Von Trier usciva da una forte depressione e questo si nota nei dialoghi e nelle situazioni. Come spesso acacde nel suo cinema, molto, se non tutto, è arbitrario e deprimente: von Trier, cioè, manipola trama e situazioni in modo che dicano ciò che vuole lui, senza alternative di interpretazione: la Vita, la Natura, la Donna (e non è chiaro, qui, se per lui siano distinte o tutt’uno) sono crudeli e assillano l’esistenza degli uomini (non da intendere come Umanità, bensì proprio come genere), e non se ne esce – letteralmente – vivi. Il film ha fatto scalpore per questa labile distinzione tra pessimismo cosmico, misoginia e ginofobia.

Inoltre, la prima parte è veramente lenta e ridondante, perché si pone volutamente in forte contrasto con la seconda, veloce, violenta e, sì, liberatoria. Lo spettatore avrà l’impressione di essere stato messo alla prova o di aver funto da cavia da laboratorio.

Lo scandalo, in tutto questo, deriva dalla parte strettamente sessuale del film. Non siamo certo ai livelli del successivo Nymph()maniac, ma non mancano le scene erotiche non simulate (in cui recitano delle controfigure) e, in generale, il sesso è molto presente nel film, sempre slegato dall’idea di gioia o piacere, ma utilizzato come arma. Non entro nel dettaglio, per non rovinarvi il piacere di scoprire perché, tra le altre cose, alcune persone si sono sentite male e sono anzi svenute – pare – durante la proiezione del film.

Antichrist è forse il film più estremo di von Trier, però ben riuscito nei modi e nello scopo, talmente arrogante e duro da farci dubitare voglia essere visto e apprezzato il meno possibile: in un’epoca dove tutti vogliono essere amati, il vero scandalo è questo.

 

Martyrs di Pascal Laugier (2008)

Finora abbiamo solo scherzato. Chiudo la lista di film scandalo a Cannes con quella che probabilmente è la pellicola più splatter mai presentata al Festival.

Laugier è un regista francese molto poco prolifico: 4 film in quasi vent’anni di carriera, tutti di genere thriller /horror. Se con Saint Ange (2006) aveva firmato un horror fulciano di atmosfera e dal un ritmo piuttosto compassato, in Martyrs bombarda lo spettatore con un ritmo elevato e tanto gore. Già dai primi minuti, Laugier mette le cose bene in chiaro: Lucie, una bimbetta di 11 anni circa (Mylène Jampanoi nella versione adulta), fugge da un edificio apparentemente abbandonato con evidenti segni di tortura e i capelli rasati. Cosa sarà successo? Verrà messa in cura in una struttura specializzata, dove farà amicizia con un’altra bambina, Anna (Morjana Alaoui nella versione adulta). Anni dopo, cresciuta, assieme alla sua unica amica, cercherà la sua vendetta.

Prima di affrontare la parte scandalistica, che forse si è già intuita, parliamo dei temi: anzitutto, quello della tortura, sottintesa all’inizio e mostrata, anzi sovraesposta, dai tre quarti di film in poi. Non una tortura alla Hostel, per intenderci: splatter, questo sì, in eguale misura (se non maggiore), ma girata in maniera diversa, con un diverso significato. Se in Hostel la tortura era declinata senza significati di qualsiasi genere, in Martyrs Laugier, pur mostrandola, se ne distanzia idealmente, filmando da lontano le sevizie in modo da chiarire il suo punto di vista. In più, ne dà un senso fortemente antireligioso (anticipato dal titolo) e femminista: le vittime sono tutte donne, seviziate da bassa manovalanza maschile, a sua volta istruita da una impassibile matrona. Si va ben oltre un certo concetto vittimistico della donna in salsa hollywoodiana: le martiri sono donne, come in ultima analisi le loro aguzzine.

Il film si pone come una sorta di racconto di “de-deformazione”, se mi passate il termine, in cui le due protagoniste cercano di liberarsi delle proprie cicatrici vendicandosi su chi le aveva causate. I rimandi a una società patriarcale violenta sono evidenti. Laugier porta fino in fondo queste premesse, senza risparmiare nulla alle giovani sventurate (e dunque al pubblico), che passeranno a loro volta da vittime a carnefici in breve tempo. In tal senso, parte della violenza che poi subiranno pare caricarsi di un senso punitivo.

Ora, la parte che ha fatto scandalo. Il film è sì piuttosto cinico, arbitrario e misantropo, ma ha dato scandalo per motivi ben più banali: è molto, molto violento. Laugier spinge in quinta su questo punto e quindi il film è zeppo di sangue e gore. La violenza è esagerata ed esagitata: i colpi di fucile smembrano gli arti come fossero burro, ovunque corpi orribilmente sfigurati, le catene lacerano le carni e pure semplici pugni devastano – per tacere del finale.

A Cannes come al Toronto Film Festival parte del pubblico è stata male durante la visione: in molti se ne sono andati, e c’è chi non ha potuto trattenere i conati. C’è stato anche un piccolo caso nazionale su quale rating assegnare al film: alla fine, 16+.

A livello di critica il film in realtà non è andato male, perché, al netto delle esagerazioni, il film ha molto da dire e rimane tuttora il film più riuscito e conosciuto di Laugier. Chi è fan dell’horror lo conoscerà certamente e, per gli altri, potrebbe valere una visione.

Una curiosità: tra le vittime di Lucie c’è anche un ragazzo, interpretato nientemeno che da Xavier Dolan, che nel 2009, appena ventenne, avrebbe debuttato come regista con J’ai tué ma mère – un titolo ironicamente piuttosto violento – presentato proprio al Festival di Cannes.