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Notizie da Bergamo. Tra ricerca e retrospettiva

  • Data di pubblicazione 23 marzo 2018
  • Autore Roberto Pecci
  • Categoria Attualità

 

La presentazione di oltre 150 film in oltre 10 sezioni che coprono tutto lo spettro delle forme del cinema,  con film di lungometraggio, corti, animazione, cinema d’arte, la pubblicazione di due volumi di presentazione e critica,la presenza diretta di registi ed autori, una puntuale organizzazione con il coinvolgimento di molti giovani stagisti (il tutto mentre proprio nel mese del festival l’organizzazione è stata inaspettatamente costretta a lasciare la sede storica e traslocare...) confermano il Bergamo Film Meeting, giunta quest’anno alla trentaseiesima edizione, come  una delle più importanti manifestazioni culturali cinematografiche italiane.
La retrospettiva è stata dedicata a Liv Ullmann, che conosciamo soprattutto come interprete bergmaniana, ma in realtà artista coinvolta nel cinema e nel teatro ben aldilà della partecipazione alle opere del maestro svedese. Anche scrittrice, la norvegese Ullmann ha lasciato un segno forte nel cinema degli ultimi decenni; la presentazione anche dei cinque lungometraggi da Lei diretti, nel solco della tradizione di Bergman, ma con una sua personale forte cifra stilistica, ricordiamo che l’ultimo dei suoi film Miss Julie è stato presentato anche dal Circolo del Cinema, ha completato la proiezione di tutte le altre opere dove compare come attrice.
Anche qui si è voluto ricordare il cinquantesimo anniversario dagli avvenimenti del ‘68 con una sezione dedicata alla Novà vlna cecoslovacca. In collaborazione con l’attivo Centro Ceco di Milano sono arrivati a Bergamo opere di Jirì Menzel, Jurai Herz, Jaromil Jires, Jàn Kadàr ed Elmar Klos, e altri. Forte è l’impronta lasciata da questa esperienza cinematografica come si è potuto verificare direttamente nella retrospettiva veronese.
L’incontro arte-cinema ha visto proporre l’esperienza di Jonas Mekas, la sezione del cinema di animazione ha presentato la multiforme attività (animazione disegnata ma anche uso di pupazzi appositamente costruiti) della giovane emergente Spela Cadez, che ha creato un video-riassunto per la serie Netflix Orange is the New Black.
Di grande prestigio la sezione Europe, Now! che rivolge l’attenzione ad autori che stanno dimostrando la capacità di leggere il momento storico che attraversa il continente europeo.
La presentazione in questa sezione della completa filmografia dell’austriaca Barbara Albert, molto apprezzata la sua ultima opera Mademoiselle Paradis, del francese Stèphane Brizè, già noto per La loi du marchè e Une vie da Maupassant presentato al Circolo, e del rumeno Adrian Sitaru e la loro presenza al festival per accompagnare le loro opere è stata uno dei punti di forza del 36 BFM.
Il concorso per i documentari, Close up, con 15 film ha visto assegnare la preferenza del pubblico a Die dritte Option (The Third Option) di Thomas Fürhapter (Francia, Svizzera 2017): cosa fare se un’ecografia rivela che il tuo bambino non è all’altezza delle aspettative di normalità della società moderna? Una domanda dolorosa che sempre più persone sono costrette a porsi. Una donna e un uomo, a mente lucida, ci introducono nelle loro esperienze da una posizione che rimane invisibile, fuori dal quadro del sistema assistenziale occidentale.
Guardando poi da vicino la sezione della Mostra Concorso riportiamo qualche breve annotazione dei film, tra i sette partecipanti, che abbiamo direttamente visionato.
Mobile Homes di Vladimir de Fontenay. In un freddo e permanentemente innevato Ontario canadese, che con gli squallidi contorni urbani ed industriali rimanda alla rappresentazione della profonda provincia americana, si muovono la giovane Ali ed il suo ossigenato e frenetico compagno Evan. Vivono in un furgone tipo Van che serve anche al trasporto della merce che trafugano e rivendono. Sognano di poter trovare una dimora stabile che possa dare una svolta alle loro vite e stabilità al loro rapporto, ma non conoscono altra via per mettere da parte il denaro necessario che il furto, il commercio truffaldino, la partecipazione alle lotte clandestine con i galli da combattimento che allevano e lo spaccio di stupefacenti. Ma con loro c’è Bone, sette anni, figlio di Ali, che Evan coinvolge sempre più  e sempre più pericolosamente nei traffici che pratica. Fino a che stanca di questa vita con notti passate a dormire negli appartamenti svaligiati ed espedienti alla “ mordi e fuggi” per sfamarsi nei locali di ristorazione Ali abbandona il compagno e con il piccolo Bone trova rifugio in una comunità di Case Mobili, dove instaura nuovi rapporti con i componenti che là vivono e con il quarantenne Ross che ne appare il leader, che coinvolge Ali nella sua attività di costruzione appunto di Case Mobili. La ricomparsa di Evan scompagina nuovamente la situazione e la protagonista deve scegliere tra una vita anarchicamente vissuta all’ultimo respiro e la responsabilità verso il figlio. La prima potente parte del film girata con ritmi vorticosi alla Safdie (Good Time) si acquieta quando Ali e Bone sembrano trovare conforto nella paradigmatica situazione di queste costruzioni mobili, vere e proprie case a tutti gli effetti, ma senza fondamenta... La parte finale con qualche inverosomiglianza non mina l’interessante opera  del giovane autore franco/canadese anche per l’ottima performance degli attori protagonisti
Bàba z ledu (Ice Mother) di Bohdan Slàma. Hana ormai vedova vive in una casa su due piani di una cittadina ceca che un obsoleto e di faticosa gestione sistema di riscaldamento a carbone non riesce più a scaldare a dovere. Il pranzo del sabato con le famiglie dei due figli adulti ma entrambi diversamente immaturi è una irrinunciabile ritualità. Ma è anche il momento di fare per l’ennesima volta riesplodere le liti tra un fratello più anziano che trascura la moglie e le due piccole figlie per rincorrere il sogno di completare una collezione di libri rari che un giorno potrà rivendere con guadagni favolosi e il più giovane con attività manageriali sposato ad una algida e vegana moglie medico, anaffettivi entrambi nei confronti del piccolo Ivan che per la sua timidezza è bullizzato dai compagni di scuola. Fino al giorno in cui sulla riva del fiume locale capita a Hana di concorrere al salvataggio di un maturo nuotatore che con i suoi compagni di club si allena per gare nelle gelide acque dello inverno ceco. Con Brona, così si chiama il nuotatore,che vive in un pullmann dismesso allevando polli e con un particolare rapporto con la gallina Adela ed i suoi amici nuotatori del ghiaccio si instaura ben presto una relazione che cambierà la vita di tutti ed i rapporti tra Hana ed i famigliari. Film condotto nei toni della commedia con mano sicura dal già navigato regista Bohan Slama trova negli interpreti e nella scoperta di questi maturi e appassionati cultori del nuoto nelle acque ghiacciate i suoi punti di forza.
Strebuklas (Miracle) di Eglè Vertelytè. Commedia con accenti stralunati, Miracle è il primo lungometraggio della giovane regista lituana che afferma di ammirare il cinema dello svedese Roy Andersson ancora più delle opere del finlandese Kaurismaki. Echi di questi registi si trovano nella storia che nel 1992, drammatico periodo per la Lituania per il traumatico passaggio dal regime comunista al libero mercato,  ci narra il non disinteressato tentativo di salvataggio di una fattoria per allevamento di maiali sull’orlo del fallimento da parte di un americano che improvvisamente giunge nel paese dove la matura, senza figli e con marito scansafatiche alcolizzato,  Irena, direttrice da tempi immemori della fattoria, cerca di salvare l’impresa.
La regista allora bambina ha ricordi vividi di quel periodo di enormi cambiamenti specie negli atteggiamenti delle persone ed ha voluto ricreare in maniera eclettica quanto vissuto dai lituani. La coproduzione polacca spiega anche la presenza nel film nei panni di un maturo sacerdote custode della memoria dei luoghi, di una vecchia conoscenza del grande cinema polacco degli anni ottanta: Daniel Olbryichski.
Dzikie ròze (Wild roses) di Anna Jadowska. L’autrice ha lanciato il suo allarme per le nuvole che si stanno accumulando sul cinema polacco che sembra sempre più favorire produzione di film a carattere storico con intenti quasi propagandistici riducendo lo spazio per produzioni più indipendenti e ricche di stimoli. Questo nonostante negli ultimi anni si siano affacciate alla ribalta molte nuove interessanti autorialità, specie donne che raccolgono il testimone dalla più matura ed a noi meglio nota Agnieszka Holland: citiamo Malgorzata Szumowska ( il cui Corpi è stato presentato l’anno scorso al Circolo), Olga Chajdas vittoriosa quest’anno in una sezione del festival di Rotterdam con Nina ( vedi recensione su Filmese n. 7/2018). Nel film della Jadowska troviamo Ewa che, dopo essere stata dimessa dall’ospedale, rientra nella sua casa di campagna dove vive con due piccoli figli vivendo dei piccoli proventi della raccolta di rose selvagge e delle rimesse economiche che le invia il marito lontano per lavoro per lunghi periodi. Il rientro del coniuge in occasione della Prima Comunione della figlia porterà a galla la relazione che Ewa ha instaurato con un giovane del luogo poco più che adolescente. La temporanea scomparsa del figlio più piccolo porterà a livelli ancora più alti le tensioni tra Ewa il marito e tutta la comunità del paese coinvolta nella ricerca del piccolo. Gli intenti della regista di scandagliare il mistero della maternità e il rapporto madre/figlio, di presentare inoltre questa piccola comunità di campagna nella attuale Polonia con la forte presenza di una Chiesa cattolica ancora molto tradizionalista ed i mariti lontani per il necessario lavoro non riescono a colmare le lacune di un’opera forse penalizzata anche dal basso budget.