Condividi

La strada principale e il vicolo secondario del Cinema di Tokyo

  • Data di pubblicazione 23 marzo 2018
  • Autore Anna Lughezzani
  • Categoria Attualità

Il Festival di Arti Visive del Tokyo Photographic Art Museum e il Festival dei Cinema dei Gatti

La strada principale - Yebisu International Festival for Art & Alternative Vision

Il Tokyo Photographic Art Museum è unico nel suo genere. Espone nuove raccolte ogni mese e ogni mese offre ai visitatori una sezione di realtà scandagliata, analizzata, immortalata e amplificata da fotografi giapponesi contemporanei. Il TOP, come è soprannominato, è un cercatore di perle rare, che non ha paura di esporre lavori di esordienti perché non ha esitazioni nel riconoscerne il valore. Quelle perle sono poi incastonate nell'architettura fluida del museo e disposte ad arte per mostrarci la commovente bellezza del mondo umano. Dal 2009, ogni anno il museo ospita il Festival Internazionale di Arte e Visione Alternativa di Ebisu, che raccoglie tutte le forme d'arte che coinvolgano la visione e che si è svolto dal 9 al 25 febbraio nel quartiere Ebisu a Tokyo. In linea con la loro reputazione di curatori anticonvenzionali, il team del TOP, composto da nove donne, ha scelto l'invisibilità come tema di un festival di Arti Visive. Ecco perchè. «Art does not reproduce the visible; rather it makes visible» (l'arte non riproduce il visibile; piuttosto, rende visibile) ha detto il pittore Paul Klee: l'arte stimola l'occhio e il pensiero attribuendo alle immagini significato, rendendo l'invisibile agli occhi visibile al cuore. La stessa azione di immortalare immagini è di per sé una lotta contro l'entropia dell'invisibilità: fermare immagini che svanirebbero nell'oblio, renderle visibili, viste. Per avere un assaggio delle sorprese riservate dalle diverse installazioni, facciamo un giro virtuale del museo.

Al terzo piano la raccolta Into Time di Rafael Rozendaal vi farebbe fare il giro della sala una, due volte per vedere come i colori delle immagini, create sovrapponendo fogli di un materiale trasparente e multicolore, cambiano appena vi muovete. Mentre, qualche sala più avanti, le foto delle piccole Elsie Wright e Frances Griffiths, sedici e dieci anni nel 1917, vi faranno avvicinare alle cornici fino a sfiorare il vetro con il naso, per osservare le minuscole fate che le bambine giurarono, fino alla fine dei loro giorni, di aver visto e immortalato.

Al secondo piano le foto di Seino Yoshiko, della serie the Sign of Life, vi metterebbero di fronte ad uno strano gioco alla rovescia: individuare i segni della vita umana sul paesaggio. Lontano dalle strade di Tokyo, le sue foto ritraggono paesaggi naturali in cui questi segni antropici sono incastonati, nascosti, sempre presenti. Il legame della fotografa con questi scatti e questa ricerca dell'impronta umana sulla terra è ancora più commovente se collegata alla morte per suicidio dell'artista, nel 2009. A pochi passi dalle sue fotografie è proiettato il video elaborato da Shinichi Takashima e Nakagawa Shu, standstill, un esperimento a tratti buffo e a tratti misterioso e affascinante, in cui i due artisti hanno simulato un mondo naturale in cui l'uomo non è presente e la natura osserva sé stessa. Quasi come un tentativo di risposta alla domanda del filosofo Berkeley «se un albero cade nel cuore della foresta e nessuno lo sente, fa rumore?». È una raccolta di immagini che sembrano filmate dagli oggetti naturali stessi, la macchina da presa si muove come fosse spostata dagli stessi, non occhio osservatore ma parte integrante. Un ipnotico racconto di un mondo senza di noi.

Al piano interrato ci accolgono i tre schermi su cui è proiettato Osoresan il documentario di Natacha Nisic e Ken Daimaru e che raccoglie le testimonianze delle ultime itako in vita: le sciamane cieche giapponesi. Queste donne che, cieche, sono iniziate ai segreti della divinazione e sono in grado di comunicare con i kami, le divinità, e con i morti, stanno scomparendo. Di queste donne dalla visione soprannaturale non ne restano che venti.

Proseguendo troviamo Sutthirat Supaparinya con 10 Places in Tokyo, scatti dei dieci punti della città in cui, dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, sono rimaste più radiazioni: posti dalla sconvolgente familiarità per chi vive nella metropoli, inevitabilmente cambiati da una nuova, spettrale consapevolezza. Sono foto quasi profetiche perché un anno dopo ci sarà l'incidente di Fukushima, dopo il quale si sono registrati a Tokyo livelli di cesio radioattivo uguali a quelli trovati in alcune aree vicine a Chernobyl. Una realtà invisibile agli occhi e all'opinione pubblica, visto che il governo ha dichiarato che Tokyo fosse al sicuro dalle radiazioni. L'ultimo pezzo e l'arrivederci dell'esposizione è il video di Erkan Ozgen, videomaker turco, che con Wonderland racconta la storia di Mohammad, tredici anni, o meglio, è Mohammad a raccontarci la storia di come i suoi genitori, i suoi fratelli e i suoi cugini siano stati uccisi e decapitati davanti ai suoi occhi dalle forze dell'IS. Ma Mohammad è sordomuto e l'unico modo che ha per raccontare è usare le mani, le braccia, il viso. Si fa fatica a seguire il suo racconto anche se non si fatica a sentirne l'orrore. In fin dei conti raccontarlo è impossibile anche per chi può usare le parole, così come capirlo. Questo racconto ci ricorda che ruolo svolge l'immaginazione e l'empatia nel creare la comunicazione, nell'esprimere l'inesprimibile.

Al primo piano, invece, non ci sono installazioni ma una sala di proiezione dove fanno la loro apparizione cortometraggi d'animazione prodotti da studenti di arte provenienti da tutto il mondo, documentari e corti di cinema sperimentale. In onore delle nove donne che hanno curato il festival, ecco un resoconto di If invisible, I visualize: Works by Idemitsu Mako, sette cortometraggi di una regista femminista. «Mentre combattono la loro battaglia contro la società, molte donne devono anche combattere contro la loro memoria, o il nemico, dentro di loro, della disciplina e degli insegnamenti ricevuti da bambine perché si comportassero “da femmine”»: con queste parole Idemitsu racconta i suoi lavori e sembra dare una spiegazione del cosiddetto “Mako effect”: la presenza, in molti suoi lavori, di un piccolo schermo nello schermo, raffigurante un occhio di donna, il controllo esercitato sulle donne dalla società, dai padri ma anche dalle madri, dalle altre donne, da loro stesse. A volte i corti sono seri come What a woman made, che vi farà venir voglia di ribellarvi di qualunque sesso voi siate mentre la voce melliflua di un uomo che si congratula con una donna che ha appena partorito una bambina elencherà le caratteristiche appropriate per una donna: «non deve essere troppo educata perché non diventi arrogante», «non dovrà ricevere giocattoli che sviluppino la personalità, ma bambole e cucine, in modo che impari da subito qual è il ruolo di una donna». Altre volte i suoi lavori sono capolavori di ironia, come Inner man, 3 minuti e 40 secondi di donne in kimono che ballano la lenta e compostissima danza tradizionale giapponese, a cui sono sovrapposte le immagini di un uomo che si dimena nudo al suono di tutt'altra musica, a tutt'altro ritmo. I lavori di Idemitsu Mako sono esposti anche presso una mostra permanente all'Università di Genova.

Il vicolo secondario – Il Festival del Cinema dei Gatti

Nel retrobottega di Tokyo, Asagaya-kita è uno di quei quartieri discosti, lontani dalle folle di Shibuya e Shinjuku, le cui stradine strette e brulicanti di piccole izakaya (osterie), birrerie e jazz bar, un tempo hanno ospitato gli abitanti di Tokyo in esodo dal centro distrutto dalla guerra. Ora è il posto perfetto per gli amanti del cinema d'essai con ben due cinema dalla programmazione molto particolare nei suoi otto chilometri quadrati. Nel più piccolo dei due, dal 17 febbraio al 2 marzo, c'è stato un via vai di pensionati più o meno anziani e studenti nullafacenti, con qualche apparizione di una losca figura italiana, a tutte le ore del giorno. Da mattina a sera era sorprendente l'affluenza di questi amanti di gatti nell'unica sala da 48 posti dello Yujiku, il fratello piccolo dei due cinema di Asagaya, il cui fratello maggiore si chiama Laputa, come “Il castello nel cielo di Miyazaki” ed è costruito in modo da assomigliare alle architetture volanti del cartone. La programmazione ha rivelato delle sorprese, selezionando solo film che unissero spessore narrativo alla presenza di adorabili gattini, combinazione esplosiva per i più sentimentali di noi. E così, seduti al buio della sala, dopo che una sinfonia cantata da un coro di gattini vi avrebbe predisposto nello stato d'animo giusto, avreste visto film come Un gatto a Parigi, animazione francese del 2010 diretto da Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol, che racconta la storia di una bambina e di come il suo gatto aiuterà lei e la madre poliziotta a catturare il malvagio assassino del padre, o come Kitten, del 1996 e diretto da Ivan Popov, che racconta una Mosca post sovietica divisa da disparità economiche tragiche ma unita dall'amore per i numerosissimi gatti della città.