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I registi che non c’erano – The untalented Mr. Wood&Wiseau

  • Data di pubblicazione 20 febbraio 2018
  • Autore Marina Fornasari
  • Categoria Attualità

James Franco VS Tommy Wiseau
James Franco vs Tommy Wiseau
 

L’animuccia pervicacemente trash che alberga in me, ha esultato alla visione di The Disaster Artist di James Franco, la cronaca della delirante realizzazione di The Room, film del 2003 diretto da Tommy Wiseau, passato alla storia per essere stato definito il peggior film della storia del cinema  (mia recensione a pag. 10 di Filmese di Febbraio 2008).

Il pensiero è corso, nostalgico, al mio film del cuore, Ed Wood, misconosciuto capolavoro di Tim Burton del ‘94, anch’esso ispirato alla vita e alle opere di un regista, Edward D. Wood Jr., definito “il peggior cineasta di tutti i tempi” – con cui la pellicola di Franco ha parecchio in comune. Il solipsistico Wiseau è infatti un Ed Wood postmoderno, un outsider irredimibile, con quell'idea di libertà totale e aspirazione al fallimento nonostante tutto, con quell'idea di onnipotenza che vuole superare i propri limiti, scrivendo, dirigendo, producendo e interpretando il proprio film.                                                             

Sorprendente la serie di elementi che accomunano The Disaster Artist di Franco a Ed Wood di Burton:

• il rigore filologico nella ricostruzione delle sequenze originali (nel film di Franco addirittura lo split screen di scene originali e rifatte)
entrambi si basano su un libro: The Disaster Artist: My Life Inside The Room, scritto da Tom Bissell con Greg Sestero e la biografia di Ed Wood di Rudolph Grey
il tono di immensa, affettuosa ironia con cui vengono raccontati genesi, lavorazione e retroscena delle pellicole dei due registi, Wood e Wiseau, diventati famosi per aver girato, a dispetto delle intenzioni originarie, i peggiori film della storia
• la predilezione per i perdenti, le figure weird
• l’emancipazione dei film “so bad, it’s so good”, cioè non dei film brutti tout court, ma di quelli talmente brutti da essere belli, caratterizzati da approssimazione della messa in scena, trama inimmaginabile, recitazione meno che improvvisata e da scene paradossali e grottesche trattate seriamente e con convinzione – senza dimenticare gli orrendi effetti speciali fai da te di Ed Wood                                   
• una solida amicizia maschile che innerva entrambi i film originali: in Ed Wood tra il regista e Bela Lugosi, in The Room  la bromance tra Wiseau e il belloccio ma insulso aspirante attore Greg Sestero
• l’incontro/scontro di Wiseau con il regista/produttore Judd Apatow riecheggia quello fortuito, in realtà mai avvenuto, tra Ed Wood e il suo idolo/maestro Orson Welles
• entrambe le pellicole terminano con una première dall’esito inopinatamente lusinghiero (se questa è una spoilerata, come vanno qualificati allora i da me odiatissimi trailer, imposti all’inerme pubblico secondo il ben noto “metodo Ludwig”, e che andrebbero dichiarati incostituzionali?)

Inutile dire che The Disaster Artist mi è piaciuto moltissimo e mi ha indotto a procurarmi a tutti i costi The Room, visione che consiglio vivamente per apprezzare appieno il film di James Franco. La storia, semi-autobiografica, si dipana (o spampana?) intorno al triangolo amoroso tra lui, Johnny, impersonato dallo stesso Wiseau, lei, e il migliore amico, Greg Sestero, sul cui sfondo aleggiano improbabili e incongruenti sottotrame di tossicodipendenza, malattie terminali e tradimenti. Johnny, lunghissimi capelli corvini e abbigliamento inopinatamente azzimato (ma la cravatta ha un suo perché: fungerà da sex toy!), è naturalmente una perla d’uomo, gentile, fedele e disponibile nei confronti di fidanzata e amici, che viene in cambio ingenerosamente preso a pesci in faccia da quasi tutti. Ma pian piano ci si accorge che in pratica si stanno alternando due sole situazioni: Lisa che fa sesso e Lisa che si confida. E tutto ciò per l’intera durata della pellicola, ben un’ora e 39 minuti!

La vicenda si svolge interamente in due stanze, una terrazza e pochi esterni che vengono insistentemente riproposti senza un perché. La frequenza delle scene di sesso e il sonoro che le accompagna è da soft porn amatoriale, ma quello che si scorge è quasi da prima serata tv, se si escludono le toniche e guizzanti terga ignude del nostro, che a volte coprono vanagloriosamente le grazie della partner e a volte si scostano in modo innaturale per mostrarle. Tutto il film è accompagnato da una onnipresente e snervante musichetta e da dialoghi sconclusionati, che sembrano scritti con generatori casuali di testi online. Per non parlare delle prove attoriali, che sono comunque da Oscar se paragonate alla recitazione catatonica del protagonista, potenziata dalle palpebre perennemente a mezz’asta da “fattone” e punteggiata da una risata terrificante. Ad essere onesti e magnanimi, non mancano le citazioni cinefile: lo stesso tormentone caratteristico di Johnny, per esempio, la frase «you're tearing me apart, Lisa! (mi stai facendo a pezzi, Lisa!)», fa riferimento al famoso refrain, «you're tearing me apart», di James Dean in Gioventù bruciata (nel film di Franco, Wiseau va, non a caso, sulle tracce di James Dean) e al leggendario urlo «Stella!» di Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio.                                                                                         

Che Wiseau si sia ispirato pure ad Hitchcock, secondo il quale “se nel film vedi una pistola alla fine quella pistola sparerà”? Qualcuno propone addirittura un irriverente, ma non peregrino, parallelo tra la sequenza in cui Johnny distrugge la stanza in preda all’ira e l’analoga scena alla fine di Quarto potere: su YouTube la si può trovare con una geniale sovrapposizione delle urla di Wiseau (chapeau al commento: «you are tearing me apart, Rosebud»). E qui Wiseau appare ancora una volta, nel suo culto per Orson Wells, una sorta di Ed Wood reloaded.

Sempre in rete, oltre ad ogni genere di gadget – dalle T-shirt alle tazze, col tormentone «you're tearing me apart, Lisa!», si trova anche l’immancabile video game.

Intanto il film The Room è diventato un fenomeno di massa simile al Rocky Horror Picture Show, con legioni di fan sghignazzanti che affollano proiezioni di mezzanotte, interagendo in sala, ripetendo battute a memoria e ululando di fronte agli insensati movimenti di macchina.


Johnny Depp nei panni di Ed Wood
 

Tornando, invece, al mio film preferito, Ed Wood, quando uscì nel ‘94, oltre a leggermi tutta la biografia di Ed Wood ad opera di Rudolph Grey, mi premurai anche in quel caso di vedere i tre film sul cui making of si era concentrato Tim Burton: i mitici Plan 9 from Outer Space, Glen or Glenda e The Bride of the Monster. Tale visione, che consiglio sperticatamente, mi permise di apprezzare l’operazione filologica di Tim Burton e di divertirmi ancora di più, per esempio vedendo nell’originale Bela Lugosi in una pozza gelata, costretto a simulare goffamente la lotta tra le spire di una gigantesca piovra di gomma: attraverso la ricostruzione di Burton sapevo già che la troupe non aveva il motore per avviare il movimento meccanico dei tentacoli. A dir la verità il divertimento risulta smorzato dalla rivelazione di Burton: poco prima Lugosi, morfinomane terminale, si era iniettato una dose per riuscire ad affrontare quella ripresa. Altra sequenza indimenticabile è quella in cui, grazie sempre alla ricostruzione, scopriamo che Bela Lugosi modifica l'azione proposta da Wood e raccoglie un fiore davanti alla propria abitazione per poi lasciarlo cadere. Vedere nell’originale il vero Lugosi attardarsi con in mano quel fiore, nella sua ultima sequenza prima della morte, è pura poesia. E per l’interpretazione del mitico Dracula di origine ungherese venne giustamente premiato con l’Oscar un immenso Martin Landau. Ma anche Vampira, sguardo spiritato, vitino da vespa, e scollatura da 40 centimetri e il mastodontico wrestler svedese Tor Johnson sono stati resi con magistrale mimesi.

Dell’infaticabile regista degli anni ’50 è imperdibile soprattutto lo scult Glenn or Glenda, un docu-drama semi-autobiografico che tratta di travestitismo e transessualità (Wood stesso era un crossdresser e nutriva una passione feticistica per i golfini d'angora da donna). Qui lascia basiti l’ineffabile disinvoltura con cui il vero Ed Wood, nei panni di un travestito, si aggira tra le vetrine cittadine o legge una rivista in poltrona, perfettamente a suo agio vestito da donna. Burton ci mostra che era anche solito dirigere i film in gonne, golfino d’angora e tacchi a spillo.


Il vero Ed Wood
 

Purtroppo Ed Wood è, a mio parere, un po’ il requiem per Tim Burton, che successivamente non ha più combinato nulla all’altezza, e lo stesso vale per il suo protagonista, Johnny Depp. I loro nomi dovrebbero campeggiare idealmente, insieme a quelli del cast, sulle pietre tombali degli strepitosi titoli di testa del film, accompagnati dalle altrettanto straordinarie note della ouverture di Howard Shore (che per le musiche si è avvalso del singolare strumento Onde Martenot, il cui suono alieno ben si addice alle atmosfere horror). Magari, mutuando un vecchio titolo di Felice Farina, «sembrano morti ma sono solo svenuti». Me lo auguro davvero!

Per terminare, esisterebbe anche un “Ed Wood de' noantri”, il lucano Tanio Boccia, ma questa è un’altra storia…