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Donne forti al cinema

  • Data di pubblicazione 23 febbraio 2018
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

In tempi recenti si è parlato spesso di donne nel cinema, inteso sia in riferimento ai singoli film che al “sistema” (qualsiasi cosa questo significhi). È ormai opinione comune, soprattutto tra le donne stesse, specie nel mondo anglosassone, che né le singole pellicole né il mondo del cinema nel suo senso più ampio trattino bene le donne, come donne e come professioniste. Il caso Weinstein di inizio ottobre 2017 ha scoperchiato un vaso di Pandora, soprattutto oltreoceano, e un mondo di abusi generalizzato è apparso agli occhi del pubblico. Quanto questi abusi siano endemici è difficile saperlo per ora, ma sicuramente così appare. 

Forse anche per questo motivo, durante le campagne dei Golden Globes e degli Oscar, alcuni hanno voluto “spingere” quei film che hanno donne forti come protagoniste (Frances McDormand in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) oppure sono diretti da donne (Ladybird di Greta Gerwig, a breve nei cinema italiani). Tutti questi film hanno preso premi importanti. Questo fervore si è esteso anche alle donne con un ruolo tecnico nei film: Rachel Morris, la direttrice della fotografia di Mudbound (regia di Dee Rees, altra donna), è diventata la prima donna ad essere nominata per la migliore fotografia agli Oscar da quando esistono.

Penso dunque sia una buona idea capitalizzare la nuova sensibilità americana per recensire brevemente alcuni film, non necessariamente diretti da donne, ma che in ogni caso hanno donne forti come protagoniste. A parte la loro buona se non ottima qualità, non c’è un criterio rigido nella scelta di questi film, con una preferenza verso quelle pellicole che potreste esservi persi. Tutti i film citati, questo sì, sono immessi nel mercato italiano.

 

 

 

Lady Macbeth di William Oldroyd (2017)

 

Tratto da un romanzo, il regista esordiente Oldroyd, prestato al cinema dal teatro, inscena un dramma borghese fortissimo che gira attorno all’enorme forza di volontà della protagonista Catherine, interpretata dalla stupefacente Florence Pugh. Data in pasto a un uomo che non ama nell’Inghilterra Ottocentesca, passa lentamente ma inesorabilmente da vittima a carnefice, travolgendo tutto e tutti, incluso sé stessa. La cosa che rende questo film straordinario è il rifiuto categorico del vittimismo: Catherine non è una ragazza inerme stupita dalla violenza cui non sa reagire, come accadeva in L’altra donna del re (2008), ma vuole e usa il potere in maniera assolutamente narcisistica. Solo nel finale un accenno di punizione e di coscienza, in un sguardo rancoroso gettato verso la telecamera. 

Inoltre, il film è storicamente compiuto. Nella ricca casa dove si svolge la vicenda c’è una servitù composta da persone di colore, in particolare il rapporto con la cameriera nasce positivamente in virtù della solidarietà femminile, salvo poi degenerare per la natura dei rapporti gerarchici (e di “pelle”). 

Il film è scritto da Alice Birch, ma viene da un racconto, Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, del russo Nikolaj Leskov. 

Tecnicamente il film è abbastanza classico: Oldroyd filma con insistenza i visi dei protagonisti, soprattutto quello di Catherine. La scenografia e la fotografia sono particolarmente fredde, così come l’occasionale nudità della protagonista, mai integrale o volgare, certamente, soprattutto all’inizio, non comunica gioia.

 

 

Raw - Una Cruda Verità (Grave) di Julia Ducurnau (2016)

 

Questo film è un incrocio tra un horror splatter e un film di formazione. La giovane Justine (la sconvolgente Garance Marillier) si iscrive a una famosa scuola per veterinari, dove già studia la sorella Alexia (Ella Rumpf). Proprio “a causa” della sorella la vita di Justine (anzi, la sua natura) verrà stravolta. 

Questo è il film più violento della lista, a tratti un vero bagno di sangue che ha fatto star male alcuni spettatori nei vari festival, quindi evitate se siete facilmente impressionabili. 

La protagonista diventerà una sorta di Carrie, ma più ferale, tra arti mozzati e mangiati e molto sesso. La protagonista Garance Marillier regala una prova da fuori di testa, è il caso di dirlo, con una rottura della quarta parete da antologia, ma non posso dirvi di più. Si può fare peraltro un collegamento con la Florence Pugh di Lady Macbeth per la forza catalizzatrice delle due protagoniste, con la decisiva differenza che in questo caso Justine agisce molto più inconsciamente della calcolatrice Catherine.

Il film ha echi femministi e ecologisti, essendo la protagonista una vegetariana che studia da veterinaria e che per colpa della “carne” diventerà pericolosa; oltre che per i ruoli femminili molto forti e non necessariamente gradevoli, un compagno di stanza gay (tra i personaggi principali del film non ci sono maschi etero, il che è interessante e certo non casuale) e una rappresentazione abbastanza chiara della sessualità femminile, oltre che comportamentale, tra mestruazioni e cerette. Viene anche ben rappresentata (seppur in maniera semplificata) la vita in un collego, tra bulli, balli clandestini, etichetta di gruppo, sesso occasionale, ecc.

Il film è stato presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes, dove ha vinto il premio FIPRESCI. Ribadisco: se non vi dà fastidio il sangue e siete abituati all’horror, non ve lo potete perdere.

 

 

Morgan di Luke Scott (2016)

 

Morgan è un film di fantascienza alla Ex Machina (2015) ma che bada più al sodo. Lee Weathers (Kate Mara) è un’agente della CIA deve andare a controllare lo stato di un esperimento cui un’equipe di scienziati stava lavorando, prima di un grave (o così si pensa) intoppo. L’esperimento si chiama Morgan (Anya Taylor-Joy), e presto la sua natura sarà rivelata.

Forse questo film non dovrebbe essere in lista e io ho un po’ barato, ma l’Arte è Rappresentazione e spero che nonostante alcuni dettagli mi perdonerete. 

Il figlio di Ridley Scott, Luke, dirige un film a tinte fredde e a ritmi compassati che in sé non ha nulla di nuovo, ma ben rappresenta la morte in modo laico e dà un’ottima idea di cosa sia il disprezzo per la vita umana e la mancanza di etica scientifica. Nemmeno a dirlo, la vittima ha il corpo di una donna, anzi di una ragazzina, ma avrà modo di vendicarsi. Film estremamente citazionista, se siete abbastanza esperti anche di film di serie B vi divertirete (Species (1995) soprattutto). Il motto del film è stare attenti più agli amici che ai nemici.

Il film ha forse il cast più ampio e più Hollywoodiano trai film qui analizzati: abbiamo Kate Mara (House of Cards), l’astro nascente Anya Taylor-Joy (Split, The Witch), Rose Leslie (Game of Thrones), oltre Michelle Yeoh, Jennifer Jason Leigh e Paul Giamatti, che non hanno bisogno di presentazioni.

Anche qui la fotografia e la scenografia sono essenziali e fredde, pendant a un ritmo compassato e a recitazioni molto composte, eccezion fatta per Paul Giamatti. Non è un film che farà la storia e rispetto ai film precedenti forse le donne potrebbero sembrare meno “forti”, ma Morgan è un segnale che a Hollywood le cose stanno cambiando e che è possibile fare film morali senza essere moralisti, cosa ancora meno scontata.

 

 

Il Gioco di Gerald (Gerald’s Game) di Mike Flanagan (2017) 

 

Tratto dall’omonimo libro di Stephen King, durante un gioco erotico di coppia il marito Gerald (Bruce Greenwood) muore di infarto con la moglie Jessie (Carla Gugino) ammanettata al letto. La donna è quindi completamente sola e senza nessuno che possa salvarla e sentire le sue urla, e dovrà lottare per la sua sopravvivenza. Dovrà inoltre difendersi da un cane randagio, dalla disidratazione e dai fantasmi del passato che tornano, e fanno più male che mai. 

Il film si prende i suoi tempi ma procede inesorabile nella doppia decostruzione e esaltazione della protagonista, prima descritta come borghesuccia annoiata e spaventata e poi come donna determinata a vivere. Uno delle produzioni originali migliori di Netflix. C’è un po’ di sangue e il tema è duro, ma è troppo in linea con i tempi attuali per non inserirlo in lista, quindi avvicinarsi con cautela.

Il film se volete è metaforico: gli uomini nella vita di Jessie l’hanno sempre delusa, in un modo o nell’altro, ed è solo contando su stessa e facendosi forza nel buio che potrà riscattare la sua vita e trovare forse serenità, se non addirittura felicità.

Il regista Mike Flanagan ha un curriculum da film horror (Oculus, Somnia, Ouija – Le Origini del Male) e da qualche anno a questa parte ha iniziato una collaborazione esclusiva con Netflix. È un regista che bada al sodo, nessun ghirigoro, realizzando film con buona mano, in un classico mix di primi piani e campi medi. Gli attori in questo film sono sostanzialmente due e sono ottimi, e nei fatti è un film che dovrebbe soddisfare tutti: le emozioni sono forti, ma provocate con cautela, ricordando un problema comune a molte donne, ma di più non posso dire.

 

 

The Assassin di Hou Hsiao-Hsien (2015)

 

Altro film di genere, stavolta cappa e spada cinese (di Taipei). Anzi, è più che altro un drammatico girato sulla falsa riga di un film di Kitano o Wong-Kar Wai, con notevoli e numerosi piano sequenza e con movimenti di macchina ridotti veramente al limite, pochi primi piani sui volti e una narrazione con moltissimi stacchi temporali, mai annunciati, che complicheranno la vita allo spettatore, che dovrà ricostruire una trama in realtà molto semplice. 

La storia è ridotta all’osso, quindi evito di entrarne nel merito. Basti sapere che il titolo spiega il prodotto. È il classico gioco di complotti politici e assassinii tra vari regni cinesi, oltre che spesso tra parenti stretti. L’Asia, e soprattutto Cina e Giappone, non sono nuovi a proporre prodotti simili nel mercato internazionale.

In realtà la nostra assassina è rosa dai dubbi e dai sensi di colpa forse per la prima volta nella sua carriera di cacciatrice di taglie, ma è altrettanto innegabile che siano lei e la sua istruttrice le vere protagoniste e le vere figure forti del film. Il film ha altri personaggi, quasi tutti uomini e tutti in posizione di passività rispetto alle due donne, dipendenti dalla loro rabbia o misericordia. Evidentemente, il film si colloca perfettamente nel filone wuxiapan, tra pellicole quali Hero (2002), La Foresta dei pugnali volanti (2004), La Città Proibita (2006), ma è più introspettivo e c’è molta meno azione.

Capolavoro. Se siete amanti del cinema d’autore, asiatico e non, non perdetevelo. Il film forse più bello del 2015.

 

 

Laurence Anyways e il desiderio di una donna… (Laurence Anyways) di Xavier Dolan (2012)

 

Laurence Anyways è un film del 2012 di Xavier Dolan, giovane autore canadese che ha solo recentemente trovato mercato in Italia. Questo film è stato distribuito in home video l’anno scorso, e lo si trova in un cofanetto dedicato al regista, che vi consiglio di acquistare.

Tornando al film, Laurence Anyways è una cavalcata di quasi tre ore su un uomo, Laurence (un grandissimo Melvin Poupaud), che si scopre donna e che come tale vuole vivere. Problemi? Molti, tra cui il principale: sta con una donna etero di nome Fred (altrettanto enorme Suzanne Clement, attrice feticcio di Dolan) che sì, è disponibile a provare a accettare il cambiamento, ma non è detto ci riesca. La dimensione più politica (per esempio le discriminazioni verso i transessuali) è messa fortemente in secondo piano a favore di quella umana e personale. Certo, Dolan rischia di fare troppe cose allo stesso tempo con musica e colori pop, drag queen e titoloni impressi sullo schermo e più precisamente di giocare troppo coi generi, ma rimane un film intenso, con dialoghi ben scritti e dei personaggi non macchiettistici, reali e credibili. 

Laurence va considerata una donna forte e quindi il film entra di diritto in questa lista, ma anche la sua compagna è forte, intensa, volubile, cannibale quasi. Aggrediscono sia sé stessi, che gli altri, che la vita, e entrambi scalpitano per il ruolo di protagonista nel film. Il rapporto trai due conoscerà alti e bassi molto forti, e lì sta il nocciolo del film, cioè nel tentativo da parte di entrambi di far funzionare la coppia. A voi scoprire se ci riusciranno. 

 

 

La donna che canta (Incendies) di Denis Villeneuve (2010)

 

Tratto dalla pièce teatrale Incendies di Waijdi Mouawad, questo film è eccezionalmente intenso e brutale. Il titolo italiano si riferisce a un atto di violenza, atto le cui (non) conseguenze giustificano la presenza di questo film in lista. Il film racconta della violenza sulle donne e su un intero Paese dilaniato in due, dove ogni parte commette lo stesso scempio. 

Jeanne e Simon hanno appena saputo dal testamento della madre Narwal (Lubna Azabal: indimenticabile) che dovranno consegnare due lettere, una al padre e una al fratello. C’è un problema: credevano il padre morto e non sono mai stati a conoscenza di un altro fratello. Jeanne parte per il Libano, Paese d’origine della madre. Sarà l’inizio di un viaggio devastante, sia per i personaggi che per lo spettatore.

Ci sono più viaggi nel film. Il primo è quello di Jeanne che dal Canada va in Medio Oriente, ambientato ai giorni nostri, e il secondo, raccontato per flashback che si intersecheranno con la storia di Jeanne, è quello di Narwal, la madre, che inizia una traiettoria dolorosa che la porterà dal Libano al Canada. 

La metafora Medio Oriente/donne abusate appare evidente, come evidenti sono le punizioni per i trasgressori, brutali per uomini brutali. Ma in questo film tutti soffrono ferite che non si ricuciranno tanto facilmente, se mai lo faranno, così come succede in Medio Oriente. Però la protagonista ha una forza catalizzatrice impressionante, ben oltre quello che le parole possono dire. 

La figura della donna in questo film è costretta almeno parzialmente nel ruolo di vittima, sempre e comunque, ma Narwal prima e Jeanne poi, tra abusi, lacrime, tragedie dentro e fuori di loro, saranno il motore del film, lento forse ma inesorabile. Troveranno pochi amici sul loro cammino, ma, al contrario, una lenta serie di uomini che vogliono loro fare del male o cui non importa se questo succede. L’idea probabilmente più interessante del film, è vedere che le due parti che si dividono da molto tempo il Libano, si comportano allo stesso modo con Narwal.

Dall’inizio alla fine, l’Uomo, per mezzo di vari carnefici, cercherà di rompere Narwal così come si rompe un oggetto, ma senza successo. E la sua risposta, vincente, sarà l’amore. 

Questo è il film che ha spalancato le porte di Hollywood al canadese Denis Villeneuve, che prima di questo aveva diretto Polytechnique (da recuperare), e che poi ha diretto una serie di ottimi blockbuster, non da ultimo Blade Runner 2049.

Al film si può rimproverare una certa teatralità e una voglia eccessiva di far quadrare i conti tipica proprio del teatro, ma sono veramente inezie. Per chi sa o crede di reggere l’impatto, imperdibile.

 

 

Dancer in the Dark di Lars von Trier (2000)

 

Palma d’oro al Festival di Cannes del 2000, Dancer in the Dark è una parabola forse femminista, ma sicuramente politica, ambientata in una vecchia America bigotta e anti comunista che forse tanto cambiata non è. 

L’eroina Selma (interpretata dalla cantante Bjork) è una comunista c(i)eca che vuole salvare il figlio dalla stessa malattia degenerativa che sta togliendo la vista a lei, ma un poliziotto moralmente corrotto le ruberà tutti i risparmi. Da lì sarà una discesa negli inferi, conclusa in un finale che brilla per il “classico” pessimismo di Lars von Trier, che, più che testare lo spettatore, lo sferza. Però Bjork, giustizia americana a parte, regge a tutto, in maniera tra il trasognato di una che non vuole affrontare la realtà e il materno: tutte le peripezie cui si sottopone sono per il figlio, lei per sé non vuole più nulla. È un martirio a tutti gli effetti. Bjork avrà degli alleati, come l’amica con cui fa teatro Kathy (Catherine Deneuve) e l’aspirante amante Jeff (Peter Stormare), ma saranno poco utili.

Il film è l’unico musical della lista, musica prodotta ex novo appositamente per il film. E se il film è centrato su una donna forte, donna forte certamente è Bjork, i cui litigi con regista, altri attori (la Deneuve non è che l’apprezzi molto…) e l’équipe sono ormai leggendari, nulla togliendo al film, che diede il là a una nuova fase del cinema di von Trier, sia togliendo ogni briciola di speranza, che pure nei molti film precedenti c’era, sia portandolo a ruolo di regista di culto.

C’è un però. Del pessimo rapporto con Bjork già si sapeva (in questo caso arte e realtà un po’ coincidono), ma a novembre 2017 c’è stato un aggiornamento: Bjork ha infatti accusato il regista danese di molestie, accuse subito respinte sia dal regista stesso che dal produttore Albaek Jensen. Chi può dire come sono andate veramente le cose? Restiamo nel buio.

 

 

Due giorni, una notte (Duex jours, une nuit) dei fratelli Dardenne (2014)

 

Sulla falsariga di Risorse Umane (1999) di Laurent Cantet o di Rosetta (1999) degli stessi fratelli belgi, i Dardenne inscenano un dramma di ispirazione attuale, dove una donna di nome Sandra (Marion Cotillard) vorrebbe riprendersi il posto di lavoro che ha perso perché malata di depressione, e per fare questo deve chiedere l’aiuto dei suoi colleghi in, appunto, due giorni e una notte. Questo perché il datore di lavoro ha proposto un bonus di 1000 euro ai suoi colleghi, se accetteranno il suo licenziamento definitivo.

Il film è il solito dei Dardenne: film politico, schierato a favore dei più deboli, con un finale agrodolce. Film non intensi, ma certamente gradevoli e di forte ispirazione sociale, un po’ come quelli di Aki Kaurismaki ma molto più asciutti, senza battute o elementi di contorno: tutto deve servire allo scopo.

I Dardenne usano una delle attrici più belle e famose del cinema francese e le tolgono di dosso l’aria da diva, per catapultarla in un contesto umile e precario. La Cotillard è ottima nel farsi portavoce di questa idea di cinema di gauche, un po’ alla Ken Loach. Il film non è certo esaltante, ma ispirato dalla recente crisi economica, non del tutto passata, funziona perché racconta bisogni e problemi atemporali e che riguardano tutti noi: il sopravvivere e non farsi divorare dagli altri, cosa che forse invece vogliamo (dobbiamo?) fare noi.

 

 

Hannah Arendt di Margaretha von Trotta (2012)

 

Ci vuole anche un film biografico per rendere questa lista completa. Il film con Barbara Sukowa nei panni della celeberrima filosofa e saggista ebrea, racconta di un periodo preciso nella vita della Arendt, cioè quello della sua contestazione. 

Il film inizia a Gerusalemme, dove la Arendt si è recata a studiare il processo Eichmann. Aspettandosi un mostro, com’è noto, trova solo un uomo mediocre, un grigio burocrate. Scriverà dunque La Banalità del Male, libro seminale per il quale raccoglierà sia elogi che critiche, soprattutto da coloro che lo reputarono troppo “morbido” e da chi non apprezzò le accuse di collusione a certe comunità ebraiche. 

Il film è piccolo, non ha di certo grosse pretese, ma con i tempi che corrono ritengo sia il caso di ripassare alcune idee e princìpi, per paura che ce ne dimentichiamo. In effetti, molti lo hanno già fatto.

La Trotta non entra troppo nella sfera personale, ma emerge lo stesso la figura di una donna combattiva, risoluta e polemica, almeno per i tempi. Donna eccezionale da ristudiare e piccolo delizioso film da riscoprire.