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Die Einsiedler – Gli Eremiti

  • Data di pubblicazione 21 novembre 2017
  • Autore Michele Bellantuono
  • Categoria Attualità

Sin dalle sue premesse, il film Gli eremiti (Die Einsiedler) del regista altoatesino Ronny Trocker sembra quasi il proiettarsi sullo schermo di una delle molte storie brevi di montagna nate dalla penna di Mario Rigoni Stern. I monti dell'Alto Adige, location del film, fungono infatti da cornice, quasi da palcoscenico per la amara storia che il regista racconta. Il suo film poggia con una notevole sobrietà stilistica su pochi elementi essenziali, inclusi in un ritratto cinematografico dalle tinte fredde (la scala cromatica dell'immagine non sembra virare mai verso tonalità calde) che restituisce allo spettatore l'idea di un isolato microcosmo, in cui uomini e natura vivono in faticosa simbiosi. È proprio questa la dura realtà del maso alpino, quello in cui vivono gli “eremiti” di Trocker.

Marianne e Rudl sono una anziana coppia di contadini altoatesini, pienamente dediti al mantenimento del maso in cui abitano, tanto sperduto in altitudine che è necessaria una funivia improvvisata per trasportare carichi pesanti (tra i quali il vecchio Rudl, che fatica a camminare). I due hanno un figlio impiegato nella vicina cava di marmo, Albert: l'uomo, poco più che trentenne, abita da solo in un appartamento a valle, ma trova ancora il tempo di contribuire all'attività contadina della famiglia. Il suo ruvido stile di vita e il fatto  che sia un “ragazzo d'alta montagna” fanno sì che nel contesto lavorativo sia una sorta di emarginato, per quanto le sue doti di lavoratore riescono a garantirgli una promozione.

Il film si concentra principalmente su questo apatico personaggio, eppure il regista stenta nel tentativo di avvicinarlo all'empatia dello spettatore. Una prima fase del film è dedicata alla rappresentazione della sua alienazione: il richiamo del maso lo porta ad esularsi dalla società urbana e ad avere difficili rapporti anche con l'altro sesso. Ma la madre, donna fredda e lungimirante, sembra fare di tutto pur di tenere Albert lontano dalla vita contadina, che lei stessa ormai non può più soffrire. L'anziano Rudl da parte sua pagherà a caro prezzo la propria ostinazione nel voler mantenere in vita il maso, che richiede una costante manutenzione: un incidente domestico gli costerà la vita. Temendo che il figlio sia spinto da questo lutto ad abbandonare la cava per riprendere i lavori in casa, Marianne inizialmente gli nasconde la morte del padre, seppellendo il coniuge senza cerimonie in una fossa dietro la casa. Albert presto scopre la verità e solo la rigida fermezza della madre lo terrà lontano dall'idea di fare definitivamente ritorno al maso di famiglia.

Quello de Gli eremiti, film presentato nel 2016 nella sezione Orizzonti del Festival del Cinema di Venezia, è in primo luogo il racconto di una morte silenziosa. Quella concreta, che coglie Rudl, ma anche e soprattutto quella metaforica di una micro-realtà contadina che fatica a sopportare il peso della contemporaneità, così come le tradizioni e le superstizioni (in questo senso significativa è la scena in cui Marianne distrugge il crocifisso di casa con una fucilata). Resta così un vuoto da colmare, ma la società può offrire solo un'integrazione difficile e l'incomprensione della gente “della valle”.

Trocker suggerisce la distanza mantenendo spesso la cinepresa lontana dai personaggi, mentre nei rari primi piani la figura umana è sempre collocata a margine dell'inquadratura. Un effetto che permette allo sguardo dello spettatore di divagare su ciò che sta attorno ai personaggi, lasciando a fuoco dettagli del caratteristico ambiente montano: la cinepresa ci guida così alla scoperta di un paesaggio selvaggio, a tratti dall'apparenza persino ostile, in cui gli uomini sembrano arrancare con fatica, più che camminare. Alcune inquadrature richiamano un po' l'estetica pittorica fiamminga, in particolare quella bruegeliana dei dipinti dedicati al lavoro contadino nella stagione invernale. Un elemento stilistico che in molti punti avvicina il film all'opera documentaristica, se non fosse per il fatto che la natura rappresentata, così come gli elementi artificiali, fungono da riflettori dell'interiorità tormentata del protagonista. Albert, gli animali nella stalla, il motore della funivia, il maso e la cruda roccia circostante sono quasi un'entità unica: componenti di un microcosmo la cui vita si sta lentamente, ma inesorabilmente, spegnendo. Eppure, quel che il regista tenta di comunicare (la fatica che comporta il mantenimento di lavori tradizionali, la vita del maso) passa solo grazie all'efficace filtro dell'immagine; proiettate contro queste fredde scenografie, le figure umane, complice anche la scarsità di dialogo, ne risultano sfocate e indefinite, forse troppo distanti dalle corde dello spettatore. Si ha l'impressione che la misura dell'emotività sia data più dalla peculiare scenografia, (un vero trionfo di colori freddi che ricorda un po' gli scenari di certo cinema scandinavo) che non dalla percezione concreta di una drammaticità umana.