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CRITICA: Un re allo sbando

  • Data di pubblicazione 26 aprile 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Convenzioni cinematografiche: dopo solo pochi minuti abbiamo piena coscienza di ciò che è la “vita” (nella finzione romanzesca) del protagonista, la scansione del suo tempo, gli impegni del suo spazio mentale. Bastano poche battute. Inoltre ci viene comunicata l’eccezionalità della sua persona, la separazione dall’ordinarietà e l’ambiente di corte, pur senza ricorrere al linguaggio degli oggetti; la necessaria densità iniziale (in tutti i film) per “significare lo statuto anteriore dei personaggi” (R. Barthes) viene risolta brevemente senza far mostra di supporti concreti, scenografie, suppellettili o arredi regali, ma semplicemente attraverso una voce che entra ed esce dal campo.

E qui sta il diapason che dà l’accordo e la particolarità a tutta l’opera: si sta facendo un film (prodotto cinematografico) su di un film (racconto cinematografico). Il nostro occhio, che accetta la convenzione di guardare una storia “vera”, deve accogliere l’idea di osservare una vicenda dal punto di vista di un regista (personaggio!), che appare e scompare dall’inquadratura (dandoci consapevolezza del suo ruolo), che riprende “dal vero” una vicenda “vera”.

Il “pretesto” per questa mise en scène è la produzione di un documentario sul re del Belgio. Una testimonianza filmata che deve restituire ai sudditi l’immagine ufficiale, “istituzionale” e quindi formale, “esteriore” del loro sovrano. L’occasione è una visita di stato in Turchia (non ancora “europea”) dove viene recato in dono il modellino dell’Atomium (il monumento simbolo di Bruxelles, sotto il quale è girata la prima scena), oggetto che scomparirà alla notizia della secessione.

Il viaggio.

Il Viaggio, si sa, è una delle strutture più frequenti e significative dell’arte narrativa mondiale, di tutti i tempi. Il viaggio inevitabilmente pone l’eroe (e il suo seguito) di fronte a delle Peripezie per metterlo alla prova e saggiarne il valore e lo spessore etico. Qui le traversie vengono innescate da una combinazione tra eventi cosmici e rivolgimenti geo-politici e quello che doveva essere un tragitto con un’agenda, delle tappe ed orari predefiniti, diventa un classico vagabondaggio odisseico tra le isole e gli scogli del Fato o meglio una peregrinazione tragicomica nella sgangheratezza dei tempi, delle situazioni e dei tipi umani.

Il cammino diventa una fonte di incontro e di confronti mentali, un’avanzata nella diversità o come diceva Montaigne: “ voyager pour frotter et limer sa cervelle contre celle d’autrui”.

Di tutte le peripezie - diventare donna (“concentrarsi sulla propria femminilità” !!!), ritrovare sperdute persone già conosciute, varcare frontiere e abbattere barriere, valicare le sirene del desiderio, obliarsi nell’ebbrezza - è soprattutto il PERDERSI che distingue il viaggio “iniziatico”, che marca ogni viaggio di quel carattere di disvelamento del sé e ritrovamento di un senso, che non si sarebbe potuto raggiungere senza perdere la strada e la propria vecchia identità.

In questo senso l’opera diventa un tentativo di filmare una Modificazione (come nel romanzo di Michel Butor “La Modification”) in cui il viaggio è uno spostamento fisico, nello spazio geografico, e interiore, nello spazio dell’animo, che cambia, modifica (appunto) la percezione di sé e la propria coscienza di essere nel mondo.

Si verifica uno scarto, una deviazione, un cambio di direzione che timbra una differenza, la stessa differenza che simbolicamente assorbiamo tra l’immagine delle chiuse stanze del protocollo e il re che, dall’alto di un poggio, estasiato si perde nell’infinita sequenza azzurra dei monti (il richiamo pittorico è a C. D. Friedrich, ad es. “Il viandante sul mare di nebbia”).

La testimonianza filmica che doveva essere “di Palazzo” è divenuta qualcosa d’altro, l’intento “politico” si è rivelato un imbarazzante materiale “intimo” che deve sparire, catalogato come Non-Avvenuto, censurato! Ma il Re, risvegliato alla vita, ci suggerisce che la Libertà ha diritto alla sua visibilità e, qualora si riesca a catturarne la narrazione con un mezzo tecnico, deve essere offerta alla condivisione e alla sua celebrazione.

E se, come si è detto all’inizio, ci è stato chiaro (e immediatamente archiviato) ciò che era la “vita” precedente al momento del film, ciò che abbiamo immaginato PRIMA, forse una parte del godimento è rappresentarci il seguito, oltre i titoli di coda, “vedere” nella mente il DOPO.