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CRITICA: Le ultime cose

  • Data di pubblicazione 18 marzo 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

Vite in attesa di riscatto.

Soldi, oggetti, dignità, identità, affetti, l’asse di rotazione di questo mondo è la Restituzione: il Tempio (dei pegni), con i suoi mercanti, le colonne, l’avvilita teoria dei postulanti, è un mondo in sospensione, una cessazione apparentemente momentanea in attesa della Restituzione, in cui si compenetrano, nel senso e nel valore, le cose e le anime, la roba e la vita. Terminali anonimi, impiegati “con la faccia da uomini” (direbbe De André) sottraggono “legalmente” frammenti d’esistenza a persone immiserite, ultime perché oneste, depredate perché umili. Gli operatori del Banco sono gli strumenti di un apparato spietato e cieco perché acefalo, un animale senza testa che dilania pezzo per pezzo corpi disperati.

Gli stralci di quotidianità al di fuori dell’Istituto sono ininfluenti rispetto ai momenti decisivi, cruciali che lì si consumano: ritagli di personalità e relazioni si centrifugano ed si inabissano vorticosamente in un istante in quel buco nero. Lo svolgersi dell’esistenza, nella tessitura di una difficile serenità (che non occupa molte riprese), perde consistenza, perde senso perché assorbito dall’attesa di una Restituzione di soldi, oggetti, dignità, identità, affetti, che non avverrà mai.

Il giovane perito è il “mezzo di contrasto” per svelarci attraverso uno sguardo diagnostico come il ricatto economico diventi un sequestro, un esproprio amorale, o comunque una transazione “impossibile”, uno scambio nella sostanza “inattuabile”: denaro per dignità, moneta per decenza, banconote per amor proprio.

Le Cose sono il granello di sabbia intorno al quale si sono condensati momenti di intensità personalissima, madreperle intime, invisibili e iridescenti molecole di vita.

Stefano è anche il nostro afflitto stupore, la nostra disarmata constatazione del Verso antietico, il lato posteriore della facciata professionale degli operatori del Banco e cioè il fatto che per essi nulla è male e nulla deve sembrar male se non le inadempienze nel servizio, le inosservanze del codice dell’Istituto o gli errori di sovrastima.

Sandra è l’incarnazione dell’Attesa della Restituzione: una donna che si è cercata ma che non è stata ancora riconosciuta, il Grosso Animale della società non le ha ancora restituito la sua vera carta di identità, non le sono stati ancora restituiti (nemmeno dalla madre) gli anni perduti nel corpo di un altro. E questo è tutto condensato nella straordinaria, silente espressività del volto … ecco, la cattura del volto: l’immagine del viso a tutto schermo, il lineamento facciale si trasforma in Avvenimento, è il Particolare assoluto, l’estrazione decantata di un Fatto interiore; è un’immagine “intransitiva” in quanto non si estende al circostante e molto spesso non mostra correlazione con gli altri, ma si conclude in sé, emblematica e completa, rappresentazione filmica (la scelta del primissimo piano) di un’interiorità indagata nel suo tormento o nel suo vuoto.

L’opera si interroga sui tempi e sulle perversioni del capitalismo, il tempo di chi fa la spesa quando il mercato ha chiuso, della degenerazione per cui qui si assiste al Consumismo al contrario, allo shopping rovesciato: le persone portano cose per ottenere denaro, vivono per sottrazione di oggetti … ma se è vero che nell’acquisto indiscriminato di beni, nell’accumulo di Mountains O’ Things (come cantava Tracy Chapman) si cerca di Avere per Essere, allora in questo caso privarsi delle cose significa esistere, essere un po’ meno … via via fino alle ultime cose (noi stessi?), quando forse … non si è più! … Aggiudicato!!!