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CRITICA: Enclave

  • Data di pubblicazione 08 aprile 2017
  • Autore Diego Pasetto
  • Categoria Attualità

 

Nenad, “con la faccia a mela, bianca e rossa” (forse un viso come questo immaginava I.Calvino in un suo indimenticabile racconto di guerra), è un bravo bambino … no, non è semplicemente questo … Nenad è un miracolo! “Chiuso a chiave” (etimologia di Enclave) in un rugginoso groviglio di schematismi etnico-religiosi-territoriali-e-chissàcosaltro … Turato, per andare a scuola, dentro un nero insetto assordante che slabbra con il suo ventre metallico il paesaggio pastorale … Isolato in un’infanzia sparuta e sbrancata come un gregge nel temporale … Senza madre, un nonno con ultime tenerezze, un padre reso ferroso e scabro dal liquido tossico … Nonostante questo, Nenad non ha un solo moto di violenza, di rivalsa, di avversione, di contrapposizione nei confronti degli altri. In un mondo arcaico, riportato ancora più indietro nella storia umana dalla guerra, egli è talmente puro che sembra un’astrazione, un’allegoria della pazienza e della pace, dell’ubbidienza e della concordia. Pur vedendo, subendo, conoscendo il Male, ne è incapace e la sua mansuetudine si specchia nell’icona insistita della mucca, geneticamente indenne da ribellione, partecipe, strattonata, presente e ignorata ma reclamata per possesso.

La condizione di chiusura esistenziale, manifesta nelle inquadrature attraverso fessure, buchi, fenditure, si stende come un’ombra sul paesaggio e la sopravvivenza infantile è soggiogata dall’acredine dei “grandi”, svelti alla vendetta, perentori nelle disposizioni, resi antagonisti da eterne faide di cui si è persa origine ma che mantengono una crudele primitività, una ferocia quasi preistorica negli assalti col lancio di pietre, negli incendi, nello scempio di luoghi sacri.

La soluzione di queste incrostazioni, la resilienza, avviene attraverso un accidente - la caduta della campana, l’intrappolamento, gli spari contro di essa, il ferimento, - che sta a metà fra un uso “consumistico” di simbologia e l’episodica straniante che caratterizza la procedura filmica di Kusturica ( allo stesso modo del collega serbo-bosniaco, Radovanovic si avvale del rilievo dato alla presenza animale, all’utilizzo della festa e della musica come elementi di identificazione, alle bizzarrie sorprendenti come il primo incontro tra gli sposi, anche se non ne ottiene – o non ne vuole ottenere – lo stesso sanguigno effetto grottesco).

Finalmente nell’anello giovane della catena di odio appare una crepa, e come in un salto onirico … genetico, si accede alla similarità, alla sensazione di una comunanza et(n)ica  che diviene indistinta anima infantile di gioco e speranza, dove non esistono più attributi che separano, aggettivi che dividono, non vale più “bambino serbo” o “bambino albanese”, ma la consistenza vitale, la sostanza sta nel sostantivo.