Condividi

Cosa attendersi da Cannes 2019

  • Data di pubblicazione 13 maggio 2019
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

Cosa aspettarsi dalla prossima edizione del Festival di Cannes

 

La 72° edizione del Film Festival della città balneare della Francia del Sud di Cannes si terrà dal 14 al 25 maggio di quest’anno. Si tratta di uno dei più importanti festival internazionali di cinema, che divide una buona fetta delle attenzioni della stampa, dei cinefili, degli addetti ai lavori e dei semplici curiosi assieme al Festival di Venezia. 

Da qualche giorno il direttore artistico del festival Thierry Frémaux ha rivelato la formazione ufficiale nella consueta conferenza stampa, anche se qualche nuovo film si è aggiunto poi in corsa, come nel caso di Quentin Tarantino, che riescirà a presentare il suo Once Upon a Time in Hollywood.

Per sommi capi proviamo a vedere i nomi più importanti della selezione principale del Festival e di azzardare pronostici rispetto ai film, anche nelle sezioni collaterali, che potranno rivelarsi i più belli e di successo.

 

 

The Dead Don’t Die, Jim Jarmusch (film d’apertura). Jarmusch non ha certo bisogno di presentazioni: regista indipendente americano che combina più generi allo stesso tempo, atmosfere oniriche e surreali a set urbani e sottile critica sociale, porterà questa commedia horror con un enorme cast di nomi altisonanti. In quanto film d’intrattenimento, sarà difficile vedere grossi premi (i festival di Berlino e Venezia forse avrebbero dato garanzie maggiori in questo senso), ma che Jarmusch sbagli un film è pressoché impossibile.

Dolor y Gloria, Pedro Almodovar. Ecco la prima scelta singolare del Festival: il film di Almodovar è già uscito da due mesi in Spagna, dove è andato bene, ma chiaramente senza l’anteprima assoluta il fascino del film scema. Almodovar ha già vinto una Palma d’Oro per il suo Volver nel 2008, che possa bissare o anche solo conquistare un premio minore pare a questo punto improbabile. Rimane naturalmente un film da attendere, visto che il talento del regista spagnolo non si discute, nonostante alcune prove più appannate.

Il tarditore, Marco Bellocchio. Unico film italiano in concorso, il nostro Bellocchio porterà sulla Croisette la storia vera del pentito di mafia Buscetta. Debutto a Cannes dell’ottimo Pierfrancesco Favino. Bellocchio ha una carriera decennale iniziata negli anni 70 col dramma anti-borghese I pugni in tasca, e, anche se il suo lustro pare in discesa, ha pur sempre girato in tempi recenti  ottime pellicole come Vincere, incentrato sulla prima moglie e il primo figlio di Mussolini, da lui abbandonati. Premi al film sono improbabili, ma Favino può sognare un riconoscimento.

Parasite, Bong Joon-ho. Altra scelta singolare di Frémaux e soci. Il film sarà un horror, genere che il sudcoreano ritrova dopo il campione di incassi in patria The Host (2006). Bong ha un curriculum di tutto rispetto con titoli quali Memories of Murder, Snowpiercer, Okja; sa lavorare bene anche a Hollywood e insieme a Park Chan-wook, Kim Ki-duk, Lee Chang-dong e Kim Ji-woon ha contribuito all’ascesa internazionale della cinematografia sudcoreana – per cui almeno un esponente deve essere presente in ogni festival che conti. Rischia di fare bene.

Young Ahmed, Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne: I fratelli Dardenne hanno vinto la Palma d’Oro due volte, con Rosetta (1999) e L’Enfant (2004). Da molto tempo passano esclusivamente per la Croisette cercando di fare la Storia con una terza Palma, sempre ignorati nonostante l’ultimo La ragazza senza nome fosse notevole. Paladini dei film realistici, progressisti e dalla forte critica sociale, esattamente come un altro grande vecchio, Ken Loach. Il film parla di un ragazzo musulmano che viene sedotto dal terrorismo islamico.

Oh Mercy!, Arnaud Desplechin. Eccoci alla quota francese. Regista molto “corretto”, Desplechin salvo grosse sorprese non verrà incluso nella lista dei premiati, ma un buon film ci scappa quasi di sicuro. La protagonista del film è l’ottima Léa Seydoux, Palma d’Oro nel 2013 assieme alla compagna di reparto Adèle Exarchopoulos in via del tutto eccezionale per lo straordinario lavoro fatto nel film di Abdellatif Kechiche (alla Croisette quest’anno con la seconda parte di Mektoub, My Love), La Vita di Adéle. La Seydoux è da subito tra le favorite per un premio personale. A completare il cast Roschdy Zem e Sara Forestier.

 

 

Matthias & Maxime, Xavier Dolan. Dolan ha un bel caratterino e nel corso della sua giovane e impressionante carriera ha “litigato” sia col festival di Venezia sia recentemente con Cannes, ma alla fine tout est pardonné ed eccoci qua col tanto atteso Matthias & Maxime, in attesa che esca pure l’altro film di Dolan, La mia vita con John F. Donovan (Dolan si conferma stacanovista). In un’ottica di perdono biblico o meno un premio potrebbe pure scapparci. Tra l’altro Dolan riempie pure la casella LGBT, il che non fa male.

Little Joe, Jessica Hausner: riempie la casella quote rosa (Frémaux ha promesso di arrivare al 50% di presenze registiche femminili per il 2020) però la Hausner è una regista interessante quindi la mettiamo nella casella possibile sorpresa. Film in lingua inglese, il che aiuterà a livello internazionale. Nel cast si segnala gli ottimi Ben Whishaw e Kerry Fox.

Sorry We Missed You, Ken Loach: l’ex esponente di punta del Free Cinema inglese ha già vinto la Palma d’Oro nel 2004 con Il vento che accarezza l’erba e nel 2016 con Io, Daniel Blake. Per forza ci sarà da prestare attenzione, ma i film di Loach, esattamente come quelli dei Dardenne, sono molto “chiari” dal punto di vista di senso narrativo, oltre che diretti e senza orpelli dal punto di vista tecnico, perché possano interessare al Presidente di Gioria Alejandro Gonzalez Inarritu…

 

 

A Hidden Life, Terrence Malick. Esatto opposto di Loach e Dardenne, l’americano Malick è poetico, magniloquente, parla di massimi sistemi, sbrodola col minutaggio e ha avuto una recente rinascita con The Tree of Life, Palma d’Oro nel 2010; ascesa peraltro quasi del tutto scemata ora. Certo che Terrence Malick a livello tecnico non è secondo a nessuno: la maestria, l’eleganza e la gravitas che permette ai suoi attori di dimostrare, fanno sì che vada considerato comunque tra i favoriti per un premio. Infine: il suo film ci regalerà le ultime performance di Bruno Ganz e Michael Nyqvist, la cui prematura morte nel 2015 ha rallentato la chiusura del film. Il fascino dell’addio a due grandi attori potrebbe, se perdonate il cinismo, far del bene al film.

Bacurau, Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles. Il primo è un regista affermato, il che non fa male, e tra gli attori principali abbiamo Udo Kier e Sônia Braga, anche se dubito otterranno un premio alla performance.

The Whistlers, Corneliu Porumboiu. Giusto che ci sia un po’ di Romania, paese che in tempi recenti vanta una prepotente rinascita cinematografica.

Frankie, Ira Sachs. Giusto anche non manchi l’attrice Isabelle Huppert, che ci ha promesso un ruolo inedito per la sua carriera.

Portrait de la jeune fille en feu, Céline Sciamma: quote LGBT e rosa, quindi annuso un premio importante. Inoltre, nel cast ci saranno la nostra Valeria Golino e l’ottima Adèle Haenel, ex compagna della regista, per i più gossippari di voi. Entrambe le attrici potrebbero vincere un premio data la loro caratura, con la seconda sicuramente tra le più favorite. 

It Must Be Heaven, Elia Suleiman: importante regista palestinese con cittadinanza israeliana, quindi film da osservare attentamente.

Sibyl, Justine Triet: quote rosa e francese, ma qualcosa di interessante di per sé potrebbe uscire. La Triet ha peraltro dalla sua un cast di tutto rispetto: Virginie Efira, Adèle Exarchopoulos, Gaspard Ulliel e Sandra Hüller. 

 

Tra i fuori Concorso, da segnalare: 

Rocketman, Dexter Fletcher. Atteso biopic su Elton John, interpretato dal giovane Taron Egerton. Ci si può aspettare un buon successo di pubblico, anche se è improbabile possa competere al botteghino con quello sui Queen dell’anno scorso. A completare il cast Richard Madden, Bryce Dallas Howard e Jamie Bell.

The Best Years Of A Life, Claude Lelouch: Il grande regista francese (di recente omaggiato di persona al Festival di Verona Schermi d’Amore) ritorna alla regia dopo anni e a Cannes dopo decenni con l’ultimo film di Jean-Louis Trintignant, che alla fine non si è ritirato del tutto (molto bene si sia smentito), e Anouk Aimée. Per noi italiani c’è anche la presenza di Monica Bellucci. Il film è il secondo sequel di Un uomo, una donna, per il quale Lelouch vinse la Palma d’Oro nel 1966. Ci si può aspettare un gran film, anche per ricordare i bei vecchi tempi.

 

Tra le proiezioni speciali: 

Family Romance, LLC, Werner Herzog. Da Herzog è sempre lecito attendersi qualcosa di interessante.

Tommaso, Abel Ferrara. Una co-produzione italo-americana, esattamente come l’eclettico e altalenante regista americano, che andò malissimo nell’ultimo film, presentato a Venezia, Pasolini, ma che in carriera ci ha regalato grandissimi film. Ritorna a lavorare con Willem Dafoe, peraltro. Insomma, ci si può aspettare un film discreto, oltre che di trovarlo presto nelle sale italiane.

 

 

Tra i film presenti a Un Certain Regard segnaliamo Joan Of Arc di Bruno Dumont: il regista francese è uno dei più imprevedibili in circolazione. Prosegue il viaggio cinematografico nella vita di Giovanna D’Arco, e questa volta forse uscirà un film “serio”, dopo la commedia musicale Jeannette. Può succedere di tutto, ma la noia è esclusa a priori, oltre che la sua distribuzione in Italia (ancora aspettiamo Hors Satan).

 

Quinzaines des realisateurs:

That Which Is to Come Is Just a Promise, Flatform. I Flatform sono un collettivo che si divide tra Milano e Berlino, quindi sì, c’è un po’ di Italia anche nella Quinzaine. Finora hanno realizzato solo corti, un po’ sperimentali e fantascientifici. Il format del cortometraggiopotrebbe nuocere a livello di interesse pubblico, ma è comunque una grande occasione per loro di farsi notare da un buon distributore/produttore. 

Olla, Ariane Labed. La compagna francese del greco Yorgos Lanthimos debutta come regista. Chi conosce la Lebed sa che ama scegliere anche progetti particolari come Attenberg (2010) di Rachel Athina Tsangari. È lecito guardare a questo film con curiosità e ottimismo.

The Staggering Girl, Luca Guadagnino. Mediometraggio del nostro Luca, con un cast di tutto rispetto: Kyle Machlachlan, Julianne Moore, Mia Goth e Alba Rohrwacher. 

Zombi Child, Bertrand Bonello. Regista francese trai più bravi e originali, che, un po’ come Bruno Dumont, la distribuzione italiana ignora sistematicamente.È un regista particolare, completo ed estroso dal punto di vista tecnico, originale nelle sceneggiature, con una facilità disarmante nell’unire una certa vena provocatoria che viene dal genere più puro a suggestioni autoriali e di alta ispirazione. Da vedere in Il pornografo (2001) e L’Apollonide (2011). Nocturama ebbe un grandissimo successo e fu amato dappertutto (film preferito di quell’anno di John Waters, re dei film trash che trash non è), da noi distribuito sulla piattaforma Netflix.

Wounds, Babak Anvari. L’anglo-iraniano Anvari ebbe un grandissimo successo due anni fa con l’horror ambientato in Iran Under the Shadow. Pare non cambiare troppo genere con questo Wounds, che già dal titolo pare promettere bene. Altro ottimo nome della Quinzaine che farà sicuramente parlare.

Une fille facile, Rebecca Zlotowski. La Zlotowski ebbe un riscontro contrastante con il suo Planetarium (2016) con Natalie Portman, comunque facendosi notare per essere una giovane regista interessante. In questo caso fa un po’ la ruffiana: il film è segnalato come dramma e commedia ambientato – sapete dove?… A Cannes!

 

 

The Lighthouse, Robert Eggers. Eggers nel 2015 strabiliò col meraviglioso horror folkloristico The Witch che diede il la alla carriera di Anya Taylor-Joy (Glass, Split). Già dal titolo e dalle poche info rmazioni disponibili pare di capire che Eggers non cambierà troppo la formula già sperimentata, e nel cast ha come protagonisti Robert Pattinson e Willem Dafoe. Se chi scrive dovesse scommettere su quale film della lista possa essere il più bello, sceglierebbe questo.

Hatsukoi, Takashi Miike: Takashi Miike ritorna alla Kermesse con l’utimo film della sua ipertrofica carriera. In questo caso una coproduzione internazionale, il che potrebbe voler dire trovarsi di fronte un Miike “serio” (alla 13 Assassini), piuttosto di uno trash, caciarone, autoparodistico e in effetti inadatto a una piazza importante come Cannes. Da Miike ci si aspetta di tutto nella sua accezione più letterale, tranne una cosa: di annoiarsi.

Ang Hupa, Lav Diaz. The Woman Who Left vinse il Leone d’Oro tre edizioni fa al Festival di Venezia, ma è stato mal distribuito in sala, probabilmente per la sua lunghezza. Ad ogni modo, il nuovo lavoro già dal titolo pare il classico film molto lungo, molto lento e riflessivo del famoso regista filippino. Ma come diceva Roger Ebert: nessun bel film è troppo lungo, nessuno brutto troppo corto.

Le Daim, Quentin Dupieux. Il DJ/regista francese Quentin Dupieux (aka Mr. Oizo) ritorna alla kermesse con un suo film, dal quale è lecito aspettarsi di tutto. Il bello delle rassegne parallele dei festival è che film sperimentali o almeno particolari hanno una solida opportunità di farsi notare. Per quel che vale, potreste dare un’occhiata ai suoi Rubber e Reality, presentato a Venezia.