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Cinema dell'Estremo Oriente

  • Data di pubblicazione 27 marzo 2018
  • Autore Matteo Pozzani
  • Categoria Attualità

Ad aprile, nella consueta cornice di Udine, ritornerà il Far East Festival, il festival italiano più importante dedicato al cinema asiatico. Un evento fisso e popolare da molti anni, dove tantissimi film asiatici vengono presentati al pubblico italiano. Qualche fortunato viene pure distribuito, non dico nei cinema, ma almeno in home video.
Per salutare l’evento, vi presento una lista di 10 ottimi film di altrettanti registici asiatici, diretti nelle rispettive lingue madri (quindi niente film hollywoodiani) negli anni 2000: un film a regista, in modo da farvi scoprire un film o, addirittura, un autore che non conoscevate. I film sono cinesi, sudcoreani, giapponesi e un indonesiano. I generi variano, perché cercherò di dare a ciascuno il suo, mescolando nuove scoperte a qualche titolo più noto.
 
SUD-COREA
 
Bad Guy (2001), Kim Ki-duk
Kim Ki-Duk è uno dei più importanti registi sudcoreani e uno dei più conosciuti in Italia, visto che è un habitué della Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato più volte in concorso. A parte Takeshi Kitano e Takashi Miike (che però ha girato ben più film di lui), è il regista asiatico che vanta più film immessi nel mercato italiano. Inoltre, è uno dei registi che varia di più, e in maniera più estrema, generi e film: abbiamo drammi abbastanza classici come Ferro 3, più particolari come Bad Guy, thriller come Pietà e film estremi come Moebius. Come Kitano è anche pittore.
Un magnaccia di nome Han-Ki (Cho Jae-hyun) rapisce una ragazza, Sun-hwa (Seo Won), per via di un debito non pagato, e la costringe a prostituirsi assieme ad altre sfortunate. Il rapporto trai due è all’inizio ovviamente burrascoso, ma, mentre la ragazza almeno in parte comincia ad abituarsi alla nuova situazione, la relazione trai due si addolcisce.
Il film parte subito molto duro. Il rapimento e i successivi abusi hanno un impatto molto forte sulla protagonista e sullo spettatore. Kim Ki-duk fa poi una cosa molto “asiatica”: inizialmente promuove l’empatia dello spettatore, salvo inserisce alcuni elementi di disturbo nella costruzione del personaggio femminile, che diventa via via più aggressivo e volgare. Prima Sun-hwa è vittima sia dei suoi aguzzini che delle compagne, che litigano fra di loro invece di fare fronte per via del comune destino, poi impara a gestire, diciamo assertivamente, un po’ tutti. Tanto che Han-ki comincerà a sentirsi protettivo nei suoi confronti, procedendo verso gli ultimi minuti del film, piuttosto malinconici e romantici, anche vagamente trasognati, ma lontani da ogni idillio.
Il film dà bene l’idea della poetica di Kim Ki-duk. Da una parte abbiamo sì una descrizione abbastanza convenzionale di un abuso di potere tipicamente maschile nei confronti della donna, ma, dall’altra, le carte vengono rimescolate: non vi è solidarietà femminile, e anzi non sarà così facile stabilire quale sia il personaggio più negativo del film. Peraltro i due scagnozzi magnaccia, che in realtà sono dei criminali come lui, sono descritti anche in maniera piuttosto buffa e hanno un ruolo di alleggerimento. Infine, Sun-hwa si abituerà e forse pure apprezzerà il suo nuovo destino di prostituta. In tal senso, Guilty of Romance (2011) di Sion Sono paga i dovuti tributi al Bad Guy di Kim ki-duk.
 
Joint Security Area (2000), Park Chan-wook
Park Chan-wook è probabilmente il regista sudcoreano più famoso fra quelli proposti, soprattutto in quanto autore della meravigliosa Trilogia della Vendetta (2002–2005) che lo ha imposto sulla scena internazionale, conquistandogli una Palma d’Oro con Oldboy (2003) a Cannes e la stima di Quentin Tarantino.
Qui vi propongo uno dei suoi film meno conosciuti, Joint Security Area, ambientato al confine tra le due Coree, che, come sapete, non vanno molto d’accordo. La scelta tiene conto del recente miglioramento dei rapporti trai due Paesi, dopo le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, in Sud Corea. La storia del film, infatti, gira attorno alla nascita di un’insperata amicizia tra i soldati dei due Paesi, in barba agli ordini, ai nazionalismi e nonostante un “piccolo” contrattempo…
Nel cast sudcoreano ritroviamo i volti noti di Song Kang-ho e Lee Byung-hun, ma tutti gli attori lavorano a meraviglia in questo film, che è in sostanza una commedia satirica con piccole sfumature di grottesco e di giallo. Se il significante del film è abbastanza particolare e l’ambientazione coreana ne garantisce la posizione di unicum nel mercato occidentale, il significato è invece abbastanza classico: la guerra non ha senso perché l’uomo di base è buono e fraterno verso l’altro. A dispetto di questa – se vogliamo – ovvietà, il film è più unico che raro e scorre via benissimo.
 
GIAPPONE
 
Dolls (2002), Takeshi Kitano
Dolls è un film drammatico/sentimentale di Takeshi Kitano che gira attorno a tre storie principali.
Matsumoto e Sawako hanno deciso di sposarsi. Lui però è costretto dai suoi genitori a sposare la figlia del datore di lavoro. Sawako cerca di suicidarsi con un'overdose di medicinali, viene salvata all'ultimo istante e ricoverata in ospedale, ma impazzisce. Matsumoto, pentito, cercherà di rimediare.
Un vecchio boss della Yakuza ricorda stancamente la sua amata Hiro, che seduta sulla solita panchina gli portava il pranzo per consumarlo insieme. Quando lui dovette lasciare lei e la città per fare il criminale, Hiro invece gli promise di aspettarlo per sempre su quella panchina.
Una giovane cantante idol, figura dell’iconografia pop tipica del Giappone, è all'apice del successo, quando un tragico incidente la sfigura. Il suo più grande fan, sconvolto dal dolore, si acceca dopo aver guardato a lungo una foto della popstar, e cerca poi di incontrarla.
Il film è forse il più poetico e visivamente straordinario di Takeshi Kitano, dove emergono una volta di più il suo estro registico e il suo talento di pittore. Oltre che alla storia, il film deve la sua fama alle impressionanti immagini di cui si compone, in cui vi è una maestria tecnica seconda a nessuno (pensare per esempio alle continue simmetrie), e ai colori che dominano l’inquadratura, sopra tutti il rosso, insieme agli ottimi costumi e alle sentite prove degli attori.
Il film a livello narrativo racconta sostanzialmente tre storie di amore perduto. Un dramma non molto occidentale, dato il lieto fine rifiutato – anche se tecnicamente lo scarto non è così marcato, nonostante Kitano giochi con la cronologia degli eventi, muovendosi avanti e indietro nella trama. Infatti, le storie di Dolls si dilungano nel tempo, e, senza indicazioni, occorrerà tempo allo spettatore prima di raccapezzarsi e di unire i volti alle storie. Il film ha anche degli echi surreali, soprattutto nella storia dei due amanti legati l’un con l’altra da una corda, ma questo surrealismo è declinato al poetico/sentimentale, nulla a che vedere con i film di Buñuel o Ken Russell.
 
Guilty of Romance (2011), Sion Sono
Davvero molto liberamente ispirato al romanzo Il Castello di Franz Kafka, Guilty of Romance è uno dei pochi film di Sion Sono arrivati sul mercato italiano. Il film narra delle avventure licenziose di Izumi (Megumi Kagurazaka), giovane mogliettina costretta in una vita e in un matrimonio senza amore, che a un certo punto si stufa e comincia a prostituirsi. Lungo questa sua parabola – realtà ascendente, si tratta pur sempre di un film giapponese – incontrerà Mitsuko (Makoto Togashi), insegnante di giorno e lucciola come lei di sera, che è ancor più felice della sua condizione.
La versione originale del film dura 2 ore e 20’ ed è da preferire a quella tagliata. Il film nella versione estesa è raccontato in realtà a flashback, visto che dai primi minuti scopriamo subito che fine hanno fatto le due donne, una fine molto amara. A ricostruire le loro vite sarà la detective Kazuko (Miki Mizuno), impegnata a sua volta in una relazione extra-coniugale masochistica. Insomma, il genere del film è chiaro.
Sion Sono scrive e dirige un film notevole e originale, forse il più intenso della lista. Sulla scia di Koji Wakamatsu, Kinji Fukasaku, Takashi Miike e Shinya Tsukamoto è un regista che sa coniugare estremo e d’essai molto bene, raggiungendo picchi altissimi su tutti i due estremi. Guilty of Romance ne è esempio perfetto, con dialoghi poetici, cura tecnica invidiabile, scene erotiche molto ben girate da una parte, volgarità, violenza e sangue dall’altra.
Come spesso nel cinema giapponese, la cura formale è elevatissima, con un montaggio che interseca le tre storie in maniera perfetta cosicché lo spettatore non perde mai il filo, una fotografia pulitissima a colori molto intensi e accesi (anche un bellissimo nero per le scene di notte), oltre a un mix di dramma e satira borghese unito a grottesco e surreale.
I temi sono molti, tra cui la (ri)scopertà di sé, la liberazione, l’umiliazione, il sessismo (a tratti forse interno alla storia), il deprezzamento, la violenza, il non detto di vite parallele. Il cast, soprattutto quello femminile, è superbo. Megumi Kagurazaka, Makoto Togashi e Miki Mizuno fanno un lavoro eccelso, con la seconda impegnata nella parte più violenta, più estrema.
Non è un film per tutti, ma la sua qualità è innegabile.
 
13 Assassini (2013), Takashi Miike
Una delle peculiarità del cinema nipponico sono, chiaramente, i film di samurai, e questo 13 Assassini di Takashi Miike è uno dei più folgoranti esempi degli anni 2000. Il film è un remake del film omonimo del 1963 di Eiichi Kudo. La trama è delle più lineari: il samurai Shinzaemon Shimada deve uccidere il crudele fratello minore dello shogun. Per fare questo assolda altri 12 samurai per tendere un agguato alla scorta del crudele signore e dare una battaglia mozza fiato.
Il tema è semplice: la correzione col sangue del comportamento criminale di un regnante. Da questo punto di vista, è interessante vedere la differenza nella gestione del tema rispetto alla Cina, che, al contrario del Giappone, è un regime totalitario: infatti film come Hero di Zhang Yimou o La Battaglia dei Tre Regni di John Woo si possono interpretare in maniera conservativa, data la più o meno aperta giustificazione del governo centrale.
Ciò che però cambia parecchio è la sensibilità del regista: Miike è un folle totale, che ha iniziato a fare cinema piuttosto tardi in età, negli anni ‘90, ma nel 2017 è comunque riuscito ad arrivare a quota 100 film. Lascio a voi fare la media film/anno. I generi sono trai più vari, dall’horror al noir, dal thriller al dramma, passando per lo splatter, l’azione, il trash.
13 Assassini è uno dei film più classici di Miike, senza il solito grottesco, l’ironia sferzante, la regia schizofrenica. È, questo sì, violento come pochi, sin dall’inizio, quando una vittima delle torture dell’antagonista viene mostrata completamente amputata, fino alla lunghissima e splendida battaglia conclusiva. Miike dà l’idea di aver pensato per giorni a ogni singolo secondo di girato e il risultato è impressionante.
La fotografia ha tonalità plumbea, in sintonia con i toni del film. Il cast è ottimo, e ogni personaggio ha le sue particolarità. Il montaggio è, insolitamente per il regista, serrato ma classico, senza fronzoli o bizzarrie.
 
Caterpillar (2010), Koji Wakamatsu
Dopo la guerra sino-nipponica, il tenente giapponese Kurokawa torna a casa mutilato (appunto il caterpillar del titolo, cioè “bruco”). Ad attenderlo c’è la moglie Shigeko, che lui non ama e da cui non è amato. Come in guerra Kurokawa commetteva atrocità e si lasciava andare alla sua misoginia, ora vorrebbe fare altrettanto con la moglie, esattamente come prima di partire. Il problema è che ora non ha più alcun arto, e la moglie potrebbe, pian piano, provare a ribellarsi.
Koji Wakamatsu è stato uno dei più grandi registi giapponesi, in grado di coniugare genere e nero realismo, raccontando con la violenza e la serie B la società giapponese. Anche in questo caso, attraverso una parabola metaforica, ci parla di pacifismo e di misoginia. È uno dei film più critici verso il governo, la società e il nazionalismo giapponese, visti alla luce delle persistenti tensioni con la Cina. La critica passa attraverso il racconto di un microcosmo familiare, una singola coppia in cui uno abusa dell’altra. Fino al finale.
Il film è semplice ma estremo, portato fino in fondo. Kurokawa non può più imporsi con la forza, ma lo fa a parole, avendo assieme alla società soggiogato la sua donna: un doppio abuso di potere, quello dello Stato sul debole, quello dell’uomo sulla donna. Le umiliazioni e gli insulti sono all’ordine del giorno. Kurokawa deve sfogarsi, qualcuno deve pagare. Sua moglie è la vittima perfetta, cui è stato in effetti insegnato ad esserlo.
Tecnicamente il film è crudo, scarno, ma enormemente efficace. I primi piani costanti, la recitazione perfetta degli attori, la scenografia domestica così nuda, regalano un mix di forti emozioni e di alta qualità. Siamo nuovamente di fronte a un film duro, non per tutti, ma oggettivamente è un gran lavoro, che in Italia fatica a proporsi.
È stato presentato in concorso al Festival di Berlino, dove Shinobu Terajima, l’attrice che interpreta la moglie, è stata premiata con l'Orso d'argento. Il film si trova edito dalla RaroVideo assieme al precedente United Red Army del 2009, quindi potrete farvi un doppio regalo.
 
CINA
 
A simple life (2010), Ann Hui
Questo doveva essere l’ultimo film di Ann Hui, unica donna regista della lista, ma visto il gran successo ottenuto al Festival di Venezia, coronato dalla Coppa Volpi alla migliore attrice, la regista ha cambiato idea.
L’opera ha tinte fortemente biografiche, dato che ricalca parzialmente la vita del produttore Roger Lee, co-sceneggiatore del film. Il film gira sul rapporto tra la governante Ah Tao (Deannie Ip) e il suo “assistito” Roger (Andy Lau). Lei ha appena avuto un infarto e si trova in una casa di cura quando Roger, che appunto fa il produttore, la va a trovare e la convince a ritornare a casa. La fine di lei è vicina, lo sanno i personaggi e lo sappiamo noi, e il film si sostanzia nel più classico degli scambi di ruoli al cinema. Ah Tao viene preparata alla morte da colui che lei aveva precedentemente preparato alla vita.
La storia è narrata magnificamente, il ritmo è posato, come ci si aspetta, ma grazie ai pochi avvenimenti del film e alla recitazione superlativa degli attori, l’attenzione non cala veramente mai.
Il film è serenamente cupo, con la sua riflessione sulla vita e sulla morte, su come viviamo e cosa ci lasciamo dietro, su chi ci vuole veramente bene e cosa possiamo fare quando ci lascia. Qualche lacrima potrebbe scendere, ma sono veramente spese bene.
Ann Hui alterna classici campi lunghi a primi piani che esaltano gli sguardi dei personaggi e dei due attori che li interpretano: Andy Lau erano anni che non recitava così e Deanni Ip ha meritato la Coppa Volpi. La fotografia tende leggermente a tonalità scure, volte comunque a sottolineare il tema, ma con grazia.
Una nota di colore: nel film sono presenti alcuni camei importanti, come quello del regista Tsui Hark, che per ragioni di brevità non ho potuto includere in questa lista e che ha lavorato più volte con Lau.
 
2046 (2004), Wong Kar-wai
Chow Mo-Wan (Tony Leung) è uno scrittore/giornalista che si trasferisce a Hong-Kong da Singapore, e prende alloggio nella stanza 2046. Lì, ma anche a Singapore, vivrà le sue storie d’amore, fra cui una con un personaggio dei suoi romanzi.
2046 è uno dei film più famosi scritti e diretti da Wong Kar-wai, qui in stato di grazia. Probabilmente 2046 non raggiunge i livelli del più famoso In the Mood for Love, Palma d’Oro a Cannes nel 2000, ma ci va molto vicino.
Protagonisti del film sono lo scrittore e le sue donne più importanti, interpretate da Ziyi Zhang, Maggie Cheung, Gong Li e Faye Wong. I caratteri sono scritti splendidamente, in maniera molto empatica. Il punto di vista è quello maschile di Tony Leung, ma Wong Kar-wai è sia poeta che ottimo regista, quindi lo spettatore si trova immerso nella storia e ciascuno potrà trovare il suo personaggio preferito.
Rispetto al più trasognato Hong-Kong Express e al classico In the Mood for Love, la narrazione qui ha contorni da fantascienza, cioè il genere di libro che Mo-wan sta scrivendo e che noi vedremo concretizzarsi in immagini, anche in maniera molto estensiva, come fosse parte integrante dell’azione.
I temi sono quelli classici del cinema di Wong Kar-wai: l’amore tra uomo e donna, la solitudine, il tempo che passa, il viaggio. Poche volte il regista se ne è discosto, come nel wuxiapan The Grandmaster (2013) e in Happy Together (1997), dove esplorava l’amore gay, quasi un unicum in Cina. Ci sono poi il sogno, la guerra (solo raccontata), la solitudine, le delusioni, la morte (solo suggerita), e il concetto del tempo che passa, un tema molto ricorrente nel cinema di Wong Kar-wai.
Gli interpreti, fra i più dotati e famosi del cinema cinese, sono spettacolari, con la vera sorpresa di Ziyi Zhang, stupenda e penetrante.
Altro elemento classico nel cinema di Kar-wai sono la fotografia e l’uso dei colori. In Hong-Kong Express dominavano i colori tendenti al blu, in In the Mood for Love il rosso, mentre qui troviamo una combinazione benedetta tra giallo, rosso e verde. A livello di montaggio, il ritmo della storia è quello classico di Kar-wai, ovvero lento, ma senza annoiare. Il ritmo, insomma, più sentito dall’autore e, in ultima analisi, il più corretto.
 
Re-cycle (2006), Fratelli Pang
Ting-Yin (Angela Lee) è una scrittrice di romanzi d’amore in procinto di scriverne uno nuovo, I Dimenticati. Già dalla prima inquadratura capiamo che non è felice. Il suo ex ha appena divorziato dalla moglie con otto anni di ritardo, e la sua ricomparsa apre vecchie ferite. Inoltre, Ting-Yin si sente tormentata da un’oscura figura, che compare durante i suoi blocchi creativi o quando rientra in casa, ma allo stesso tempo la ispira a scrivere di più. Un giorno, però, questa non precisata presenza costringerà Ting-Yin a scappare in un mondo parallelo, in cui entrerà dopo una notevole sequenza ambientata nell’ascensore del suo palazzo: qui verrà a contatto con gli abitanti del luogo, quelli temibili e quelli gentili, tra cui una bambina con cui la scrittrice ha forse molto in comune, e che la aiuterà ad andarsene.
I fratelli Pang sono una coppia di registi di Hong-Kong particolarmente prolifica e specializzata nel genere horror. Questo Re-cycle non fa eccezione, in cui ritrovano, tra l’altro, Angela Lee, protagonista anche del loro più famoso The Eye (2002).
Il film racconta il dramma della perdita, sia dell’amore che di una persona, e il rapporto tra creatore e creatura. In tal senso, il film rifà un po’ il Pigmalione di Shaw, ma non solo: Re-cycle si allarga di più rispetto a The Eye e porta “i dimenticati” ­– prima solo un titolo su carta – concretamente nel film, quando Ting-Yin affronta le sue più grandi paure e riscopre la sua anima tormentata. “I dimenticati” sono i morti senza più nessuno che li ricordi, i giocattoli smessi, le idee di artisti mai messe in pratica e i bambini mai nati. Su questo ultimo punto, il film ha dato fastidio a molti per un’apparente metafora antiabortista che i due registi hanno però negato.
Il film dei Pang si apre come un classico horror asiatico d’atmosfera, con tempi molto dilatati in stile The Eye o The Ring. Poi, però, una volta entrati nel mondo parallelo, i registi decidono di spingere sull’acceleratore, con molte scene surreali, una scelta cromatica particolare e disseminando di “intoppi” la strada delle nostre due eroine, la donna e la bambina.
Proprio per quanto riguarda la fotografia, i fratelli Pang operano una scelta interessante: di norma il film è dipinto con colori plumbei, neri o grigi, ma in alcune scene, come per esempio quelle ambientate in un parco giochi o quelle dentro a una sorta di utero, i colori riemergono fortemente, soprattutto il rosso. Nel viaggio delle due verso l’uscita dal mondo, inoltre, vi è sempre il rosso del giubbotto della bambina che salta all’occhio. Questa scelta cromatica funziona sia in ottica espressionista, sia da contraltare all’azione del film. In sintesi, Re-cycle è horror drammatico che osa spingere sia a livello cromatico che di retorica efficace, tranne per alcuni eccessi nel finale, dopotutto perdonabili. Il film rimane un bel prodotto che dovrebbe soddisfare le esigenze degli amanti del genere, ma anche quelle di chi non ama spaventarsi troppo.
 
INDONESIA
 
Headshot (2016), Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto
Headshot è un film di arti marziali molto violento e a tratti splatter, ma assolutamente ben fatto e divertente. Le sue 2 ore corrono via come il vento, e, a dispetto di film come The Raid di Gareth Evans, le scene di combattimento non si mangiano la trama. La trama non è particolarmente elaborata, ma neppure stolida, e vede un criminale di nome Lee (Sunny Pang) dare la caccia al misterioso (Iko Uwais). Quest’ultimo, trovato svenuto su una spiaggia, è stato curato dalla dottoressa Ailin (Chelsea Islan), che gli ha doto il nome provvisorio di Ishmael. Ishmael è ovviamente in relazione con il criminale Lee, e un occhio smaliziato capirà forse prima del personaggio stesso, che per sua sfortuna soffre di amnesia a causa di un colpo alla testa (l’headshot del titolo). La caccia che Lee gli scatena contro gli offrirà la possibilità di rifarsi una vita e di recuperare la memoria a colpi di Pencak Silat, la tradizionale tecnica di lotta indonesiana.
I registi Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto (quest’ultimo anche sceneggiatore) dirigono ottimamente le scene d’azione, con brevi piani sequenza e sapienti tagli al montaggio. Riescono inoltre a rendere i combattimenti sufficientemente vari, usando a volte armi, a volte no, e cambiando i teatri di scontro (un bus, una prigione, una spiaggia). I due offrono un bel carnet di inquadrature, riuscendo nell’impresa di rendere i combattimenti artistici ma chiari, in modo che si capisca sempre da dove parte il colpo e dove arriva. Difficilmente troverete niente di meglio in giro, certo non a Hollywood. Come nel cinema occidentale, però, la dicotomia bene/male è qui presente, con distinzioni nette tra personaggi buoni e cattivi.
La fotografia è molto pulita e bella, soprattutto per le scene sulla spiaggia e il sangue nell’acqua. La recitazione di Iko Uwais, habitué del genere, è come suo solito legnosa, così come quella dei comprimari, ma il genere lo permette senza danni.
È inoltre apprezzabile la struttura narrativa: il nostro eroe avrà vari scontri lungo tutto l’arco del film, ma non saranno via via più difficili, variando invece in eccesso o difetto a seconda dell’avversario che il protagonista si troverà ad affrontare. Questo permette al film di elevarsi dal solito film d’azione/videogioco con boss finale. Le coreografie dei combattimenti sono ideate dal team di Iko Uwais, che nella vita è lottatore di arti marziali, e sono sia belle che molto violente (ad esempio, vedremo una testa accartocciata a cazzotti, in un unico piano sequenza).
Headshot si inserisce appieno nel filone delle arti marziali indonesiane che sta trovando con fatica mercato anche in Italia, dopo che registi come Ringo e Dante Lam, e Tsui Hark hanno per anni battuto la strada affinché questo accadesse. Headshot è inevitabilmente un film per gli amanti del genere, ma in uno special sul cinema asiatico non poteva mancare un film di arti marziali.