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Alle vette dell’immaginazione

  • Data di pubblicazione 17 ottobre 2018
  • Autore Giovanna Girardi
  • Categoria Attualità

Le retrospettive in programma al Film Festival della Lessinia 2018 già parlavano chiaro. Con il supporto della Cineteca di Bologna (non è mai superfluo ricordare quanto sia valida a livello internazionale) e altri, sono stati proiettati La montagna sacra di Jodorowsky, Orizzonte perduto di Frank Capra, La principessa Mononoke di Miyazaki, I segreti di Twin Peaks, episodio pilota dell’omonima serie, e La leggenda di Narayama, un lungometraggio del giapponese Keisuke Kinoshita pressoché introvabile nel nostro mondo urbano. Una scelta di film che rispecchia la tendenza multiculturale, anticommerciale e aperta ai giovani del festival e che rivela immediatamente il tema di questa XXIV edizione: la montagna immaginaria. 

La montagna immaginaria è quella del premio Lessinia d’Oro Sengiré di Mindaugas Survila, regista laureato in biologia, che, usando la macchina da presa come un microscopio, osserva con la stessa solerzia la natura di un’antica foresta in Lituania. Le nere piume lucenti di uno strano tacchino, i mosconi sui fiori, la raccolta ossessiva di ghiande da parte di un topino selvatico, i millepiedi sul tronco degli alberi; la vicinanza ci fa perdere le coordinate della realtà e fa sembrare il mondo lento, ostinato e variopinto della natura un’opera dell’immaginazione. È un mondo mimetico in cui le lucciole sembrano stelle, i versi degli uccelli suonano legnosi e le ali della civetta si muovono come grandiose onde marine.

La montagna immaginaria è, però, anche quella del Buthan e dei giochi pieni di sogni di Geymbo e Tashi, giovani protagonisti in The Next Guardian. Nel miglior documentario secondo la giuria, fratello e sorella sono uniti dalla passione per il calcio e immaginano il proprio futuro nel quadro della tradizione – una tradizione lontana dalla nostra, ma non priva di analogie. Lo sguardo premuroso dei due registi Dorottya Zurbò e Arun Battharai ha il merito, fra gli altri, di portare sul grande schermo una cultura di enorme fascino, agganciandosi a dinamiche semplicemente umane.

Allo stesso modo, immaginari o inventati sembrano gli affreschi medievali che un gruppo di ragazzi croati cerca di raggiungere a piedi, dopo una sbronza colossale al festival di Motovun. Kratki Izlet di Igor Bezinović vuole rappresentare l’allegoria di una generazione incapace di diventare adulta ed è stato scelto dalla giuria come migliore lungometraggio a soggetto. Lunga carrellata sul paesaggio naturale della Croazia, sono certamente notevoli le sequenze vicine alla video-arte e l’integrazione del sonoro. 

Immaginarie, come in una leggenda, potrebbero diventare le cime boliviane di Cuando el toro llorò, vincitore del premio del Curatorium Cibricum Veronese. Il raffinato documentario di Karen Vázquez Guadarrama e Bart Goossens, realizzato in quasi un anno di permanenza presso le comunità, narra delle povere famiglie che si sostentano grazie al lavoro nelle miniere di stagno. La vita del villaggio è precaria e gli abitanti fanno uso regolare di alcool (con una gradazione ai limiti del credibile: 96%) e droga. Questa vita sul picco del mondo ma apparentemente priva di prospettive si accompagna al culto dei tori, mescolando mito, meraviglia e miseria.   

Eppure le montagne dei corti di animazione dedicati ai bambini sono immaginarie più di tutte, a dimostrazione che il festival apre le porte del cinema a varie fasce d’età. Teorija Zakata, il vincitore per gli spettatori, spiega la “teoria del tramonto” del disegnatore russo Roman Sokolov. Un omino con la sua bicicletta attraversa ogni notte la foresta, scala una montagna e sveglia il sole con una moneta d’oro, dando il via a ogni giornata e alla sua fine: grazie a verità semplici ma schiaccianti, il corto non manca di stuzzicare anche la mente degli adulti. A stuzzicare il sentimento, ci pensa l’orda di bambini che usciti dalla sala si dirige verso le urne per riporre una stellina di legno sotto l’immagine del preferito.

Un aspetto fondamentale del Lessinia Film Festival, infatti, è la partecipazione del pubblico. Oltre ai caffè con i registi nello spazio esterno del festival, ai dibattiti in sala dagli esiti imprevedibili (chi c’era ricorda certamente le canzoni rumene del protagonista di Lupele), tutti gli spettatori danno un voto ai film. Quest’anno, in particolare, il premio del pubblico ha trovato d’accordo i detenuti del Carcere di Verona, chiamati anch’essi a esprimere una preferenza: Rudar è stato prodotto da Croazia, Germania e Slovenia e narra del genocidio avvenuto vicino alla città di Laško durante la Seconda Guerra Mondiale. Tratto dalla storia vera del minatore Mehmedalija Alić, il lungometraggio di Hanne Slak porta alla luce una verità terribile.

In poche parole, il festival tocca temi molteplici e culture di solito escluse dal mercato. Non solo le già citate: Drought di Lilit Petrosyan è una parentesi sull’Armenia, il premio alla regia Bjeshkë di Grégoire Verbeke è finanziato dal Belgio e ambientato in Romania, Fauve narra delle feroci montagne canadesi; la lista potrebbe andare avanti. Un fatto, da solo, per cui vale la pena recarsi a Bosco Chiesanuova verso fine agosto. A maggior ragione se l’esplorazione cinematografica del mondo si accompagna a una costante riflessione sul proprio territorio: a rimpolpare i contenuti sui Lessini quest’anno c’era anche la mostra di SåM, giovane collettivo di fotografi veronesi. 

Tra cinema, dibattiti, fotografia, l’esperimento del Film Festival della Lessinia continua a crescere, a esplorare. Contro facili tendenze metropolitane va nella direzione della ricerca delle territorialità, privilegiando il “piccolo”, i “silenziosi”, le “comparse” del mondo. Una direzione candidamente espressa dalla proiezione finale, retrospettiva e omaggio insieme: L’albero degli zoccoli.